Pubblicato il 28/06/19 da Ruka

WORLDEND SYNDROME

Il mondo finisce ancora una volta
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Introduzione

Nell’ultimo periodo sembra che i giapponesi stiano pesantemente in fissa con la fine del mondo: dopo un Our World is Ended non proprio spettacolare, Nintendo Switch si riconferma un terreno fertile per le visual novel con WORLDEND SYNDROME, titolo nato dalla collaborazione di Toybox Inc. e Arc System Works che per l’occasione ha voluto prestare alla produzione il magnifico tratto della talentuosa Yuki Kato, la mano a cui si devono le illustrazioni dei recenti Blazblue.
Sarà riuscito tale duo a risultare in una combinazione vincente o ancora una volta avremo tra le mani l’esponente di un genere che pare non aver più nulla da dire? Scopriamolo assieme.

Yukino Otonashi sveglia il protagonista
I giapponesi non sono contenti se non vi fanno svegliare da una bella ragazza a inizio gioco.

Trama e “gameplay”

Mihate è una tranquillissima cittadina in riva al mare: immerso nella natura, questo piccolo paradiso terrestre rappresenta una delle località nipponiche ideali per passare un’estate indimenticabile, ma non per i motivi che sarebbe consono immaginarsi.
La popolazione locale infatti tramanda una leggenda non poco inquietante: ogni cento anni lo Yomibito, ovvero lo spirito dei morti, si risveglia e inizia a mietere vittime nella speranza di ritornare a vivere.
Noi, impersonando un protagonista a cui dovremo dare un nome, vivremo il tutto in prima persona: partendo dal trasferimento al liceo del posto e finendo con l’iscrizione a un club molto particolare dedito allo studio dell’occulto, faremo la conoscenza di diverse ragazze – non l’avreste mai detto, vero? – con cui man mano approfondiremo il nostro rapporto.
Superate le prime ore senza possibilità di scelta alcuna e che per forza di cose termineranno in un bad ending, ricaricando il salvataggio precedente avremo accesso a quel pizzico di interazione che va oltre la semplice lettura, ovvero la possibilità di spostarsi tra varie location tramite una mappa: sarà in questo momento che il “gioco vero” avrà inizio.
Muoversi in giro per Mihate ha però un costo, dato che cambiare luogo è permesso solo due o tre volte al giorno, ponendoci così di fronte a un tempo limite che si svolge nell’arco di un mese: in modo non troppo dissimile da quanto accade in Persona, dovremo sfruttare al massimo quel che ci è concesso per arrivare alla conclusione della route che abbiamo scelto, evitando magari di morire (le nostre scelte vanno a influenzare “un’aura” il cui colore determina il percorso che stiamo seguendo).
Un espediente che alza l’asticella della rigiocabilità, costringendoci di fatto a “finire il gioco” più volte per arrivare al vero finale e svelare una volta per tutte cosa si cela dietro alla leggenda dello Yomibito.

Maimi tsundereggia
Il mio debole per le tsundere sarà la mia rovina.

Comparto tecnico

WORLDEND SYNDROME è decisamente un gioiellino se si considerano gli standard qualitativi del genere: sorvolando sul delizioso character design di Yuki Kato che di per sé rappresenta un’aggiunta gradita ma non certo fonte d’innovazione, quel che davvero spicca sul fronte visivo sono i fondali finalmente animati e in grado di restituire un feeling che spezza la “sensazione di staticità” tipica di queste produzioni.
Anche il sonoro si comporta bene con musiche ed effetti sonori  azzeccati ed un doppiaggio giapponese di ottima fattura.

Saya è altezzosa
Poteva mancare la ragazza snob di buona famiglia?

Conclusioni

La produzione targata Toybox Inc. e Arc System Works si classifica quindi come uno dei migliori esponenti del suo genere, potendo vantare una buona caratterizzazione dei personaggi che, ricordiamolo, in una visual novel sono un po’ il perno centrale dell’esperienza; non è tuttavia esente da difetti, in quanto sporadicamente cade in alcuni stereotipi spiccatamente giapponesi, ma la sua capacità di incollare il giocatore allo schermo oggigiorno è cosa rara per un prodotto di questo tipo e va premiata.
Occhio a quel che scegliete però, potrebbe finire davvero male

Perché sì:
Perché no:
  • Ottimo comparto narrativo
  • Visivamente delizioso

 

  • Non riesce a salvarsi da sporadici cliché

MAIMI

Ruka - Biografia

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Un weeb che videogioca e scrive. No seriamente, cosa vi aspettavate?