Pubblicato il 19/12/18 da Riccardo Trillocco

PlayerUnknown’s Battlegrounds

Il re dei battle royale approda su PS4, riuscirà a riprendersi il trono usurpatogli da Fortnite?
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La nascita di PUBG: breve storia dei battle royale

Brendan Greene è un ragazzo come tanti altri: un irlandese appassionato di videogiochi, in particolare di sparatutto tattici come Delta Force: Black Hawk Down e America’s Army, che, tra una partita e l’altra, non disdegna smanettare con le mod, prediligendo in particolare DayZ, gioco nato a sua volta come mod di ARMA 2. Ispirato dal film giapponese Battle Royale e da The Hunger Games, che vedono entrambi degli adolescenti costretti a eliminarsi a vicenda in un futuro distopico, nel 2013 crea DayZ: Battle Royale, con l’intento di rendere meno ripetitive le meccaniche degli shooter classici, introducendo elementi casuali e aumentando a dismisura la superficie delle mappe.
Il successo ottenuto dalla mod lo rende appetibile agli occhi di molte software house e le chiamate non tardano ad arrivare: la prima è di Sony Online Entertainment, ora nota come Daybreak Game Company, che lo assume come consulente per lo sviluppo di H1Z1, ma nel febbraio 2016 il rapporto termina bruscamente per divergenze creative. Più o meno nello stesso periodo Greene viene contattato da Bluehole, publisher sudcoreano che deve il suo successo alla pubblicazione di MMO su dispositivi mobile.
La software house vuole approcciare il mercato occidentale e per farlo ha scelto Brendan Greene, al quale affida un team composto da 35 persone: è così che il 23 marzo 2017 PlayerUnknown’s Battlegrounds fa il suo debutto in Early Access su Steam riscontrando un clamoroso e immediato successo, costringendo Bluehole prima a raddoppiare i programmatori al lavoro sul gioco e in seguito, nel settembre 2017, a creare una sussidiaria appositamente dedicata, la PUBG Corporation.

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Uno dei pregi di PUBG, cosa rara per uno shooter, è il non prendersi troppo sul serio.

I numeri fatti registrare da PUBG sono impressionanti: 50 milioni di copie vendute, 3,2 milioni di giocatori connessi contemporaneamente su Steam e 400 milioni di giocatori totali, divisi tra PC, Xbox One e dispositivi mobile. Solo l’ancor più clamoroso successo di Fortnite, altro esponente del genere sviluppato da Epic Games, ne ha rallentato l’ascesa, complici la distribuzione free to play, la realizzazione tecnica maggiormente curata, un look cartonesco che lo rende più appetibile a una fascia di età più bassa e la disponibilità su tutte le piattaforme, Nintendo Switch compreso, con tanto di cross-play. La concorrenza non si limita a Fortnite e si fa sempre più agguerrita, con modalità battle royale presenti in Call of Duty Black Ops IIII, in Battlefield V e persino in Red Dead Redemption II, con la modalità Make It Count a farla da padrone in Red Dead Online.
Come contrastare la concorrenza sempre maggiore e il conseguente, fisiologico calo di utenti? La risposta secondo PUBG Corporation è semplice: approdando sulla console più venduta di questa generazione, PlayStation 4.

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Con una pressione del dorsale posteriore sinistro è possibile attivare la mira in prima persona, che fornisce ulteriore accuratezza.

Gameplay: semplicità e profondità a braccetto

Ormai la maggior parte degli appassionati conoscerà a menadito il funzionamento di PUBG e, più in generale, dei battle royale. Per chi fosse totalmente a digiuno d’informazioni mi limiterò a un veloce riassunto: 100 giocatori si paracadutano da un aereo, totalmente privi di equipaggiamento. Una volta atterrati dovranno esplorare la mappa alla ricerca di armi, elementi protettivi come giubbotti antiproiettile ed elmetti, oltre a mezzi di trasporto utili a coprire grandi distanze, dato che l’area di gioco si restringe con il passare dei minuti e chi ne rimane fuori perde progressivamente HP; non c’è nessun tipo di respawn e l’ultimo sopravvissuto vince. Descritto così il gameplay potrebbe sembrare di una piattezza e semplicità disarmanti, ma gli elementi del successo di PUBG possono essere racchiusi in una frase che dovrebbe essere fissata sulla scrivania di ogni sviluppatore che si rispetti: easy to learn, hard to master ovvero facile da imparare, difficile da padroneggiare, frase attribuita a Nolan Bushnell, fondatore di Atari.


Sì, perché dietro un’anima apparentemente arcade e caciarona si nasconde uno shooter tattico profondo, che abbraccia sia un’utenza più casual, della quale ritengo di fare decisamente parte quando si parla di sparatutto bellici, sia quell’utenza hardcore che mangia pane e terminologia militare, grazie alla cura certosina riposta nel gunplay, con ogni arma che si differenzia dalle altre per balistica, danno base, velocità di espulsione dei proiettili e fire rate.
Gli strumenti di offesa sono ben trentadue tra pistole, fucili a pompa, mitra e fucili da cecchino, oltre alle quattro armi per il combattimento corpo a corpo, una varietà che rende gli scontri con gli altri giocatori sempre appaganti, anche per un noob come il sottoscritto. 

La scelta del segmento di mappa nel quale atterrare può fare la differenza tra la vita e la morte.

Una partita tipo di PUBG si svolge in tre fasi: la prima vede i giocatori sull’aereo, che sorvola la mappa sempre con traiettorie diverse. Scegliere quando paracadutarsi è importantissimo nell’economia di gioco, con il loot migliore, la cui disposizione cambia a ogni partita, che si trova nelle zone con più edifici. Meglio scegliere una zona potenzialmente affollata in cerca di equipaggiamento vantaggioso, sapendo che molto probabilmente anche gli altri giocatori faranno lo stesso, o una zona più periferica, nella quale prepararsi agli scontri con maggiore tranquillità? La seconda fase è proprio quella di preparazione, con i giocatori che esplorano le strutture della mappa cercando di ottenere armi, protezioni e oggetti curativi nel più breve tempo possibile, con lo spietato countdown che ogni cinque minuti li costringe a migrare verso la zona sicura. La terza fase è quella finale, quando il grosso dei giocatori ha ormai salutato la partita (leggi “è morto”) e la mappa rimasta è di dimensioni ridotte.
Sia durante la preparazione che nelle fasi finali è la tensione a farla da padrona, non si è mai tranquilli in PUBG e ogni scricchiolio aumenta a dismisura il battito cardiaco. Peccato che il budget risicato, almeno inizialmente, non abbia consentito di implementare la distruttibilità degli ambienti, che avrebbe donato ulteriore realismo e una maggiore imprevedibilità agli scontri a fuoco, oltre a impedire ai maledetti camper di nascondersi persino nei bagni.

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Dopo aver ucciso un altro giocatore è possibile appropriarsi del bottino che aveva accumulato.

Un altro punto di forza di PUBG è il design delle mappe: ce ne sono tre, Erangel Miramar e Sanhok con una quarta, Vikendi, che è stata presentata ai The Game Awards 2018 ed è attualmente disponibile sui test server della versione PC, mentre arriverà su console a gennaio 2019. Di estensione notevole (Erangel e Miramar misurano 64 chilometri quadrati mentre Sanhok 32) e molto ben caratterizzate, si passa dalla Russia di Erangel all’America centrale di Miramar, fino al sud-est asiatico di Sanhok, le ambientazioni di PUBG offrono molte alternative affinché si verifichino scontri e situazioni di gioco sempre diverse.
Inoltre c’è la variabile della zona rossa ad aggiungere altro pepe ai match: una piccola area casuale, cerchiata di rosso, verrà falcidiata da bombardamenti ed esplosioni, non lasciando scampo a chi non abbia trovato rifugio per tempo. Per fortuna sia la zona rossa che il progressivo restringimento dell’area di gioco vengono comunicati in anticipo ai giocatori, che hanno così modo di prendere le appropriate contromisure.
Tutto quanto appena descritto è giocabile in tre modalità: Solo, ovvero tutti contro tutti, Duo, dove ad affrontarsi sono 50 squadre composte da due giocatori, e Squad, con 25 squadre da quattro giocatori a darsi battaglia. Ovviamente giocare con amici rende il tutto più divertente, ma anche la modalità Solo sa regalare parecchie soddisfazioni, oltre a rappresentare l’esperienza battle royale più “pura”.

Tirando le somme, non ho niente di negativo da dire sul comparto gameplay di PUBG, è un meccanismo che funziona alla meraviglia e merita tutto il successo ottenuto. Come dicevo in precedenza, gli shooter bellici non sono sicuramente il genere a me più congeniale, lo storico delle mie recensioni è qui a dimostrarlo, ma nei giorni della mia prova mi sono divertito moltissimo, seppur ottenendo risultati disastrosi. Ma non si vive di solo gameplay, giusto?
Andiamo ad analizzare il comparto tecnico del titolo sviluppato da Brendan “PlayerUnknown” Greene!

Comparto tecnico: dolori e… dolori

Come potete vedere dalle immagini a corredo di questa recensione, tecnicamente PUBG è un gioco decisamente obsoleto. La versione PS4 Pro, da me testata, gira a una risoluzione nativa di 1440p, contro i 4K nativi della versione Xbox One X. Di conseguenza risulta ovviamente impietoso il confronto con la versione PC, soprattutto dal punto di vista del frame rate, dato che le edizioni console sono bloccate a 30fps. Per fortuna la versione per l’ammiraglia di casa Sony non soffre dei problemi riscontrati al lancio su Xbox One, l’anno di rodaggio è servito a ottimizzare l’esperienza grazie ai feedback della community e durante la mia prova non ho riscontrato bug e glitch di sorta, se non durante la fase pre partita, con texture che si caricavano in ritardo e saltuari frame drop. Per fortuna, una volta aperto il paracadute, tutto è filato liscio.

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Uno dei glitch più frequenti, con le texture che vengono caricate in ritardo a inizio partita.

Ottimizzazione a parte, PUBG è decisamente un brutto vedere, con texture in bassa risoluzione, modelli dei personaggi anonimi, animazioni rozze e ambienti, sia al chiuso che all’aperto, decisamente scarni. Probabilmente ha influito il fatto che i due giochi che avevo giocato prima di tuffarmi in questa esperienza fossero God of War e Red Dead Redemption II, quindi l’impatto è stato ancora più brusco, ma dopo una decina di partite mi ero già abituato.
Devo dire che alla fine della mia prova mi ero quasi affezionato all’indubbia bruttezza del comparto estetico, ritengo che doni ulteriore fascino al tutto, specie nella mappa russa, che sfoggia un look desolato al quale la grettezza del comparto grafico dona particolarmente, donandole quasi un look post atomico.

Diametralmente opposto il discorso sul comparto sonoro, fiore all’occhiello della produzione. Ogni arma produce un suono differente, stesso discorso per i veicoli. Grazie all’audio direzionale, implementato alla perfezione, è possibile distinguere uno sparo o l’avvicinarsi di un mezzo da chilometri di distanza. Addirittura, quando si è all’interno di un’abitazione e sentiamo entrare qualcuno, dal rumore dei passi si riesce a dedurre a quale piano si trovi. Giocando con un buon paio di cuffie questi pregi vengono ulteriormente amplificati.
Un consiglio: nella fase di preparazione al lancio toglietevi le scarpe!

In definitiva possiamo dire che il comparto tecnico di PUBG sia piuttosto rozzo dal punto di vista grafico, senza per fortuna compromettere la fruibilità, mentre presenta un comparto sonoro tra i migliori che abbia apprezzato in uno sparatutto.

Scarno ma a suo modo affascinante, welcome to PUBG.

Conclusioni: supporto post lancio e incentivi estetici

Con un rivale ingombrante come Fortnite, decisamente più rifinito dal punto di vista tecnico e per giunta free to play, è difficile consigliare a cuor leggero PUBG, che viene venduto a un prezzo di lancio di 29,99 €. Inoltre gli unici incentivi per i giocatori abituali sono orpelli estetici come vestiti e skin delle armi, acquistabili anche attraverso le immancabili microtransazioni, oltre alla scalata del ranking mondiale. Sono presenti missioni giornaliere e settimanali (uccidi tot nemici con fucili a pompa, usa 20 bende, etc), che donano XP che consentono di salire di livello e ottenere BP, la valuta in-game attraverso la quale comprare le casse contenenti, indovinate un po’?, elementi estetici.
Personalmente in uno sparatutto mi importa poco che il mio avatar indossi un cappello da cowboy piuttosto che guanti borchiati, però capisco che questo meccanismo possa risultare un incentivo per alcuni giocatori. C’è da dire che durante la mia prova non ho mai avvertito ripetitività o noia, inoltre abbinare ad esempio un albero di abilità alla crescita del personaggio avrebbe inficiato quell’equilibrio alla base del gameplay di PUBG. Oltretutto il gioco viene supportato sin dalla sua uscita, con nuove mappe, eventi settimanali e, prossimamente, nuove modalità, direi che sulla mole di contenuti in arrivo la community può stare tranquilla.

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Nella modalità Duo, la più divertente del gioco, è possibile scambiare oggetti con il compagno di squadra.

Concludendo, al netto di un comparto tecnico obsoleto e poco ispirato e di una mole di contenuti non proprio elevatissima, ritengo PlayerUnknown’s Battlegrounds un gioco estremamente riuscito, adatto sia ai neofiti degli shooter che agli appassionati di sparatutto bellici. Le sue partite sempre uguali e al contempo estremamente diverse hanno portato una notevole ventata d’aria fresca all’interno del genere, che non a caso ha contribuito a far nascere un’impressionante serie di epigoni, prerogativa solo dei grandi videogiochi.


Perché sì:
Perché no:
  • Semplice e complesso allo stesso tempo
  • Mappe eccezionali...
  • Audio ambientale raffinatissimo
  • La tensione non cala mai
  • Si ha subito voglia di ricominciare

 

  • Pochi incentivi alla progressione
  • ... ma esteticamente arretrate
  • Saltuari glitch

 

 

 

Padella

Gunplay

Autoironia

Miramar

Modalità Duo

30fps

trillo81 - Biografia

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È passato da Basketball per Atari 2600 al 4k HDR in soli 37 anni. Crede che il gioco più bello sia sempre quello che deve ancora iniziare ed è fermamente convinto che, come tutte le tendenze transitorie del web, le biografie in terza persona siano destinate a sparire. Aiutatelo ad azzeccare questa profezia iniziando col non leggere la sua.