Pubblicato il 05/10/26 da Cathoderay

Ace Combat 8: Wings of Theve – Il peso di un nome

Il cielo è grande. La guerra riesce comunque a riempirlo
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Un paese ha perso la capitale, buona parte del proprio esercito e forse anche la guerra. Gli resta una cosa: un eroe.
Peccato che quell’eroe non esista.
Wings of Theve è una costruzione: un nome abbastanza grande da riempire i notiziari, abbastanza minaccioso da raggiungere le frequenze nemiche e, soprattutto, abbastanza credibile da convincere un popolo sconfitto che qualcuno possa ancora ribaltare la situazione. Dietro il simbolo, però, non c’è il pilota che tutti immaginano.
In quel momento importa poco. La Federazione dell’Usa Centrale ha bisogno che qualcuno continui a credere nella leggenda; chi la indossi viene dopo.
Quando Ace Combat 8: Wings of Theve ci mette dentro quell’abitacolo, quindi, la guerra è già cominciata e la nostra reputazione ci precede. Abbiamo un nome che non abbiamo conquistato, imprese che non abbiamo compiuto e compagni che sembrano trovare nella nostra presenza un coraggio che, da soli, ancora non possiedono.
Poi decolliamo.
Missione dopo missione succede qualcosa che la propaganda non aveva previsto: il pilota dentro quella leggenda comincia lentamente a diventare più interessante della leggenda stessa.

Qualcuno ha già deciso chi siamo

All’inizio basta il nome.
Quando la situazione peggiora, i gregari hanno paura; esitano, chiedono conferme, sembrano aggrapparsi alla certezza che Wings of Theve sia ancora lì con loro. Noi sappiamo perfettamente come sia nato quel mito, ma per chi ci vola accanto è reale quanto il missile che sta arrivando sul radar.
Ace Combat 8 lascia che questo rapporto cambi senza avere troppa fretta. Il protagonista rimane silenzioso, eppure prende forma attraverso ciò che fa: un bersaglio abbattuto quando sembrava ormai troppo tardi, un compagno protetto, una missione compromessa che improvvisamente torna ad avere una possibilità.
A ogni sortita diventa un pilota migliore; per parecchio tempo, però, tutto ciò che compie viene assorbito dalla stessa identità che gli è stata imposta.
È Wings of Theve: certo che ce l’ha fatta. Certo che è tornato. Certo che può risolvere anche questa.
Il pilota cresce; il mito rimane fermo.
Poi cambiano gli altri.
Nelle prime missioni i gregari entrano in battaglia sapendo che Wings of Theve sarà con loro; nelle ultime entrano in battaglia con lui. Non aspettano più che qualcuno risolva la situazione al posto loro: rispondono, rischiano, combattono.
Il gioco non ha bisogno di annunciarlo con una scena costruita apposta. Lo sentiamo nella radio e, soprattutto, nel modo in cui quei piloti reagiscono quando le cose cominciano ad andare male. Mentre il protagonista prende coscienza delle proprie capacità, anche chi gli vola accanto smette progressivamente di dipendere dal simbolo che gli era stato consegnato.
Ed è proprio lì che quella squadra comincia finalmente a sembrare tale.

Niente va come da briefing

Perché tutto questo funzioni, naturalmente, bisogna avere voglia di tornarci continuamente, lassù.
Da questo punto di vista Ace Combat 8 sa perfettamente cosa vuole essere. Il realismo viene lasciato volentieri fuori dall’abitacolo: le ali sono cariche di quantità improbabili di missili, le manovre concedono parecchio alla spettacolarità e una singola persona può cambiare tranquillamente il corso di una battaglia.
È Ace Combat; sarebbe quasi preoccupante il contrario.
La cosa importante è quanto sia piacevole farlo.
Gli aerei rispondono con immediatezza e, utilizzando il sistema di controllo più completo, le differenze fra i vari velivoli emergono senza trasformare ogni manovra in una procedura. Prima di decollare scegliamo quindi il mezzo, l’armamento e ciò che vogliamo affidare ai gregari; il briefing ci suggerisce come prepararci.
Poi la missione comincia e Wings of Theve si diverte a cambiare le carte in tavola.
Un’operazione di supporto alle truppe di terra può complicarsi dopo una comunicazione radio; arrivano nuovi bersagli, un’altra unità chiede aiuto e magari uno squadrone nemico decide che è arrivato il momento di occuparsi personalmente di noi. L’ingresso degli Shadow, con i loro caccia neri e quella litania che ne anticipa l’arrivo, è un ottimo esempio: basta sentirli entrare in scena perché il tono dello scontro cambi.
Sono questi i momenti in cui il gioco dà il meglio di sé: la battaglia cambia mentre ci siamo dentro.
Preparazione e armamenti smettono allora di essere semplici voci di menu. Quell’equipaggiamento perfetto per colpire bersagli terrestri perde parecchio del proprio fascino quando arrivano caccia pronti a mettersi in coda; allo stesso modo, la possibilità di portare due tipologie di armi speciali può trasformare una scelta fatta quasi per precauzione in ciò che ci permette di rispondere a una situazione che non avevamo previsto.
Gli obiettivi, presi singolarmente, non reinventano necessariamente la serie; è il modo in cui vengono combinati e modificati durante la sortita a mantenere alto il ritmo. Raramente si torna sulla portaerei dopo aver combattuto esattamente la battaglia che pensavamo di affrontare al decollo.

Le nuvole non stanno lì a guardare

Ci sono stati momenti, però, in cui ho semplicemente smesso di sparare per qualche secondo.
Ace Combat 8 è magnifico da vedere.
Gli aerei sono riprodotti con una cura quasi ossessiva, ma è soprattutto il cielo a fare la differenza: la luce attraversa le nuvole, le distanze sembrano enormi e le condizioni atmosferiche possono trasformare completamente uno spazio che, fino a pochi istanti prima, pensavamo di conoscere.
Le nuvole sono l’esempio migliore. Da lontano fanno parte del panorama; una volta dentro, la visibilità si riduce, il cockpit comincia a coprirsi di umidità o ghiaccio e anche sensori e sistemi d’aggancio diventano meno affidabili. Quella massa bianca che stavamo osservando perché bella diventa improvvisamente qualcosa dentro cui dobbiamo decidere se entrare davvero.
Il cielo funziona proprio perché ogni tanto decide di mettersi di traverso.
La grafica, in quei momenti, smette di essere soltanto qualcosa da ammirare e comincia a influenzare direttamente il modo in cui affrontiamo lo scontro.
Ho un passato da pilota da combattimento e, fortunatamente, le situazioni reali di ingaggio che ho vissuto sono state poche. Non cerco quindi in Ace Combat una ricostruzione di quell’esperienza; la serie, del resto, non ha mai finto di volerla offrire.
Ci sono però sensazioni che riconosco: la percezione dello spazio, il modo in cui il cielo può sembrare sterminato e improvvisamente troppo piccolo, la necessità di sapere cosa abbiamo intorno anche quando ciò che ci interessa non si trova direttamente davanti a noi.
Ace Combat 8 prende quelle sensazioni, le esaspera, le riempie di missili e le trasforma in spettacolo.
Riflessi, sporcizia, segni di usura, ghiaccio, scie e frammenti completano l’illusione. Nulla di tutto questo rende il gioco realistico nel senso stretto del termine; rende però più credibile la sua fantasia.
Ace Combat può violare tranquillamente tutte le leggi della fisica che desidera: l’importante è convincermi che quel cielo esista.
Questa volta ci riesce molto spesso.

Qualcuno parla mentre spariamo

Gran parte della storia di Ace Combat 8 arriva mentre siamo impegnati a fare altro.
I compagni commentano ciò che sta succedendo; le truppe a terra chiedono supporto, qualcuno perde la calma, qualcun altro prova a mantenerla. I nemici ci riconoscono, ci provocano o reagiscono quando capiscono chi è appena entrato nella loro zona operativa.
La guerra continua mentre stiamo inseguendo un bersaglio.
Ed è proprio attraverso quelle comunicazioni che molti personaggi acquistano profondità. Non servono sempre lunghe sequenze per far capire che qualcuno sta cambiando: a volte basta ascoltare come affronta la missione successiva. Le relazioni crescono mentre il gioco continua a chiederci di combattere; non rimangono confinate nelle scene d’intermezzo e finiscono per entrare nel ritmo stesso delle missioni.
Vale anche per chi si trova dall’altra parte.
In determinate situazioni possiamo decidere quanto essere aggressivi, quali unità eliminare e quali lasciare andare. Non esiste un vero sistema morale che trasformi ogni decisione in un indicatore, ma alcune scelte possono lasciare tracce; persone che avremmo potuto semplicemente cancellare dal radar possono tornare più avanti.
La cosa funziona proprio perché il gioco non insiste troppo.
Abbattere un bersaglio rimane divertente e Ace Combat 8 non prova improvvisamente a farci vergognare per aver utilizzato le stesse meccaniche che ci ha insegnato per ore. Ogni tanto, però, basta una voce o una frase a ricordarci che dentro quel simbolo sul radar c’era qualcuno.
È una contraddizione che appartiene profondamente alla serie: da una parte abbiamo una quantità quasi comica di missili e tutto è costruito per farci sentire incredibilmente bravi; dall’altra, gli aerei che facciamo precipitare continuano ad avere persone dentro.
Non sempre Wings of Theve approfondisce questa tensione quanto potrebbe; quando riesce a tenerla viva, però, lo spettacolo acquista un peso che va oltre l’esplosione successiva.
La colonna sonora accompagna bene questo equilibrio e lascia spesso abbastanza spazio alle comunicazioni radio; quando musica, voci e battaglia cominciano a muoversi insieme, il gioco trova alcuni dei suoi momenti più riusciti.

Quando il nome non basta più

Arrivati alle ultime missioni, il nome Wings of Theve conserva ancora il proprio peso. Quello che è cambiato è l’uomo che lo porta.
Per gran parte della campagna ogni impresa sembra confermare una leggenda inventata da qualcun altro; verso la fine quella stessa leggenda comincia semplicemente a non bastare più.
Il protagonista ha smesso di averne bisogno.
La sua abilità ormai esiste indipendentemente dal nome; i compagni hanno visto abbastanza da sapere chi c’è davvero dentro quell’aereo e, nel frattempo, sono cambiati anche loro.
Quelli che nelle prime missioni entravano in combattimento terrorizzati, affidandosi alla certezza che qualcuno li avrebbe salvati, ora prendono parte alla stessa battaglia. Non aspettano più il miracolo: combattono.
È forse questo il passaggio che mi è rimasto maggiormente impresso di Ace Combat 8. Un gioco così innamorato dello spettacolo riesce a raccontare la crescita del proprio protagonista quasi senza concedergli una voce; lo fa attraverso le sue azioni e, soprattutto, attraverso le persone che hanno imparato a volargli accanto.
All’inizio qualcuno gli consegna una storia già scritta: gli dice chi deve essere, cosa deve rappresentare e quale leggenda deve continuare a tenere in vita.
Poi apre il cockpit e lo manda in guerra.
Missione dopo missione quel pilota conquista qualcosa che nessun ufficio di propaganda avrebbe potuto costruire al posto suo: la consapevolezza delle proprie capacità.
Wings of Theve rimane il mito che serviva a un paese sconfitto.
Il protagonista, alla fine, ne ha scritto uno tutto suo.

  • Graficamente stupefacente
  • Sistema di combattimento fantastico
  • Altamente rigiocabile

 

  • Un paio di missioni sono davvero cattive

Cathoderay - Biografia

Pare che io sia l'entropia videoludica.

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