Pubblicato il 11/03/24 da Fedro

A VOID HOPE – Recensione

Un intrigante e nostalgica avventura in pixel art
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La nascita di A Void Hope – Tre menti e una grande passione

Elden Pixels, piccolo studio indipendente nato nel 2016 e formato da solo tre persone con tanta passione per i videogiochi, torna a sorprenderci dopo Alwa’s Awakening e Alwa’s Legacy, due deliziosi omaggi ai Metroidvania.

A Void Hope si presenta come una tetra avventura breve realizzata con uno stile grafico retrò irresistibile che tanto ci ricorda i bei tempi andati.

Una città perduta – Gilda e Keegan contro i senz’anima

La premessa narrativa è delle più classiche: una città è stata colpita da un’infezione che trasforma i suoi abitanti in esseri privi di volontà e ricordi. Keegan e Gilda, una coppia di sposi che per il propagarsi della malattia si trasferisce nella residenza di campagna, inizia ad avere un rapporto conflittuale a causa della perenne e forzata convivenza, che porta la donna a ritornare in città per allontanarsi dal marito, ma soprattutto per trovare una cura che possa riportare la situazione alla normalità. Preoccupato per la sua amata, Keegan parte alla sua ricerca ma nel frattempo nella sua mente l’immagine di lei inizia a farsi sempre più sbiadita.

A Void Hope, nonostante non si apra con una classica cinematica introduttiva e catapulti il giocatore immediatamente nell’azione, ha una trama interessante e con più di qualche colpo di scena, narrata completamente da dialoghi essenziali ma incisivi.

Nelle sei ore che ho impiegato per viverla dall’inizio alla fine è riuscita ad intrattenermi, seppur nella sua semplicità rispetto ad altre produzioni del genere. Giocarlo in portatile su Nintendo Switch, al buio e con il volume in cuffia al massimo ha reso l’esperienza molto godibile e parecchio immersiva, ma ricordo che il titolo è disponibile anche su Steam.

Avviso però, e per qualcuno sarà una nota di demerito, che il titolo purtroppo non vanta di una localizzazione in italiano, nonostante siano presenti numerose altre lingue selezionabili. Decideste però di giocare in inglese, sappiate che con una conoscenza base non dovreste avere troppi problemi.

Esplorare, saltare, ritrovare ricordi – Un gameplay semplice ma efficace

La componente principale di A Void Hope è l’esplorazione. I vari stage di gioco saranno molto vasti, ricchi di zone interne ed esterne ad edifici tutte da scoprire e che in certi casi risulteranno quasi disorientanti, vista la totale mancanza di una mappa da consultare. Bisognerà infatti avere un buon senso dell’orientamento per raccapezzarsi e sarà richiesto anche del backtracking per poter vedere tutto quello che ogni zona ha da offrire, dato che saranno necessari alcuni strumenti che troverete nel corso dell’avventura per raggiungere alcuni punti al loro interno.

Vi capiterà ed esempio di trovare delle leve situate fuori dalla vostra portata, che potrete azionare/distruggere con una pistola che sarà anche utile per debilitare temporaneamente i vostri avversari. Gli infetti privi di anima saranno infatti i vostri nemici principali, i quali vi porteranno al Game Over istantaneo se andrete loro incontro. Attenzione però ad attivare le lampade che troverete durante il vostro cammino, che fungeranno da veri e propri checkpoint da cui ripartire in caso di errori. Nel caso ve ne dimenticaste, sarete costretti a ripartire dalle battute iniziali dello stage.

Il focus quindi non è sul combattere, quanto sullo scoprire tutti i segreti che celano i vari livelli che compongono il mondo di gioco e ritrovare i vari ricordi legati a Gilda. Quando poi troverete una particolare tessera, potrete addirittura utilizzare la metropolitana che vi permetterà di spostarvi più rapidamente e in sicurezza da un punto all’altro dello stage, facendovi risparmiare non poco tempo ed evitare i pericoli.

Non mancano anche delle fasi di platforming molto semplici, in cui con un salto dovremo raggiungere sporgenze lontane o scale che ci condurranno in zone sopraelevate. Nulla però di troppo trascendentale o complesso.

Infine vi saranno anche alcuni enigmi ambientali da risolvere, come ad esempio spostare delle casse, per poter raggiungere alcuni luoghi altrimenti inaccessibili.

Nel loro insieme le meccaniche di gioco, sebbene non innovative e ancorate ai canoni classici, funzionano bene e non hanno sbavature di sorta, rendendo l’esperienza assai gradevole.

Il trionfo della Pixel-art e del synthwave

A Void Hope farà felici gli amanti della pixel art in 16bit.

Le ambientazioni sono realizzate con attenzione e dovizia di particolari, così come i protagonisti Gilda e Keegan dotati di animazioni convincenti utili a delinearne anche la personalità. Nonostante l’atmosfera cupa, i colori sono comunque accesi e vibranti, creando un insieme visivamente eccellente che trent’anni fa avrebbe fatto cadere più di qualche mascella ma che al giorno d’oggi risulta ancora piacevolissimo, nonostante il 3D iperrealistico resti pur sempre il favorito dalla massa.

Menzione d’onore al design degli infetti, la cui pelle verdastra risalta appieno il loro essere “deumanizzati” e incapaci di intendere e di volere, a causa della piaga che imperversa per la città di cui sono vittime inconsapevoli.

Dal lato sonoro invece abbiamo una colonna sonora dallo stile synthwave anni’80 realizzata dal talentuoso Waveshape, molto ispirata, perfettamente in linea con lo stile retrò e nostalgico della produzione e adatta alle situazioni che andremo a vivere nel corso dell’esperienza.

Un buonissimo omaggio al passato

L’ultima fatica del team svedese Elden Pixels è quindi un prodotto riuscito, che verrà apprezzato sia dai giocatori con più anni alle spalle sia dai più giovani attratti dal mood fine anni ’80/inizio ‘90.

La buona trama, unita ad un gameplay esplorativo e che richiede un po’ di ingegno per risolvere i vari puzzle e l’estetica da gioco SNES primi anni ’90, non potrà non rapire coloro che decideranno di cimentarsi in quest’avventura dalla durata più che onesta per il prezzo a cui viene venduta, ossia poco meno di 16 euro. Considerando poi che il gioco è stato realizzato solo da tre persone, il risultato è oltre le aspettative.

Se avete quindi voglia di fare un tuffo in un passato consapevole del presente e di vivere una storia intrigante e misteriosa, A Void Hope non aspetta che essere giocato da voi, anche per staccare un po’ dalle produzioni sempre più mastodontiche che popolano ormai per la maggiore gli scaffali fisici e virtuali.

Ringraziamo Elden Pixels per averci mandato un codice di gioco per Nintendo Switch.

  • Trama semplice ma ben scritta
  • Pixel art irresistibile
  • Gameplay efficace
  • Soundtrack synth nostalgica e catchy

 

  • Manca la localizzazione italiana
  • Una mappa per orientarsi avrebbe fatto comodo

Fedro - Biografia

Amante del panorama videoludico sin dalla tenera età, ama scriverne e narrarne le storie. È anche content creator e titolare del canale YouTube "TwoTimesNerd".

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