Pubblicato il 19/05/26 da Cathoderay

Parasol Superstars – Quando bastava un ombrello

Due giochi, tanti colori e una strana nostalgia per tempi più semplici
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Prima che arrivassero alberi delle abilità, battle pass e tutorial lunghi quanto un mutuo, i videogiochi avevano un modo molto più diretto di presentarsi.

Ti lanciavano dentro un livello, ti mettevano qualcosa di strano tra le mani e poi si facevano da parte.

Parasol Superstars sa ancora parlare quella lingua.

Giocarlo oggi dà una sensazione strana; un po’ come riaprire una vecchia scatola in soffitta e trovarci dentro un pezzo di estate del 1992.

Da una parte c’è Parasol Stars, terzo capitolo della strana genealogia di Bubble Bobble; dall’altra Spica Adventure, un titolo rimasto confinato per anni in Giappone e tornato oggi quasi come una vecchia fotografia ritrovata in fondo a un cassetto.

Due giochi diversi, uniti da un’idea sorprendentemente semplice:

prendere un oggetto qualunque e trasformarlo nel centro di tutto.

Sotto lo stesso ombrello

La cosa curiosa di Parasol Stars è che l’ombrello non è un’arma nel senso classico del termine.

Blocca colpi, cattura elementi, lancia nemici, rallenta le cadute; nel giro di pochi minuti smette di sembrare uno strumento e diventa quasi un’estensione naturale del giocatore.

È uno di quei giochi che spiegano tutto senza parlare mai.

Si entra, si sbaglia, si riprova.

E nel giro di qualche livello le mani iniziano a muoversi da sole.

Spica Adventure segue una strada diversa; più lineare, più immediata, ma non per questo meno interessante. Dietro ai colori accesi e all’apparente semplicità si nasconde un platform sorprendentemente solido, capace di trovare rapidamente il proprio ritmo e di restituire quella sensazione tipica dei giochi arcade di una volta; facile da capire, molto più difficile da lasciare andare.

Non ha il peso storico di Parasol Stars; ma non ne ha nemmeno bisogno.

Fa qualcosa di molto più semplice.

Funziona.

Colori da un’altra epoca

C’è qualcosa di difficile da spiegare nei giochi Taito di quegli anni.

I colori sembrano sempre troppo accesi, i nemici sembrano usciti da un sogno particolarmente allegro e tutto sembra vivere dentro una realtà dove qualcuno ha deciso che la logica poteva aspettare.

Parasol Superstars non prova a modernizzare quel fascino; fortunatamente si limita a conservarlo.

Ed è probabilmente la scelta migliore.

Perché certe cose funzionano proprio grazie alle loro stranezze.

Un tempo diverso

Parasol Superstars porta con sé anche qualcosa che oggi si incontra sempre meno.

L’idea che un gioco non debba necessariamente trattenerti per cinquanta ore, costruirti attorno una progressione infinita o riempire lo schermo di ricompense continue.

Qui si entra, si gioca e ci si diverte.

Sembra una frase banale.

Forse perché ci siamo dimenticati quanto fosse normale una volta.

Non tutto deve diventare una seconda vita.

A volte basta essere un bel pomeriggio.

Quando bastava poco

Parasol Superstars non è una raccolta che cerca di reinventare qualcosa.

Fa una cosa molto più semplice; riporta a galla due giochi che appartengono a un periodo in cui i videogiochi sembravano più strani, più immediati e forse anche un po’ più ingenui.

Ma dentro quella semplicità c’era qualcosa che oggi ogni tanto manca.

La capacità di divertirsi senza doverlo spiegare.

Perché a volte basta davvero un ombrello, qualche nemico assurdo e una manciata di colori troppo accesi per ricordarti perché hai iniziato a giocare.

  • Grafica meravigliosa ancora oggi
  • Immediato e subito appagante
  • due titoli che meritano di essere riscoperti

 

  • non adatto a chi cerca trama e profondità

Cathoderay - Biografia

Pare che io sia l'entropia videoludica.

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