Tokyo di notte; le luci al neon illuminano strade di shinjuku, e da qualche parte qualcuno ha appena scritto XYZ sulla lavagna della stazione. È così che iniziavano molte storie di City Hunter. Il manga di Tsukasa Hojo ha costruito un immaginario molto preciso; metà poliziesco urbano, metà commedia sopra le righe, con Ryo Saeba pronto a intervenire quando qualcuno ha bisogno di aiuto. O quando una bella cliente attraversa la porta del suo ufficio. Negli anni Ottanta quell’universo arrivò anche su PC Engine con un adattamento videoludico curioso; uno di quei titoli che oggi sembrano quasi scomparsi nel tempo. La sua recente riproposizione permette finalmente di rimetterci mano; e di capire se quel vecchio action a scorrimento ha ancora qualcosa da dire.
Ryo Saeba entra in scena
Il gioco prende l’essenza della serie e la traduce nel modo più diretto possibile. Ryo Saeba attraversa livelli pieni di criminali, sparatorie e situazioni pericolose; il compito del giocatore è semplice, almeno sulla carta: eliminare i nemici, evitare i colpi e arrivare alla fine della missione. La struttura è quella tipica degli action dell’epoca; livelli relativamente brevi, ritmo veloce e difficoltà che non fa troppi sconti. Non c’è grande complessità; ma c’è quella immediatezza tipica dei giochi anni Ottanta, che strizza l’occhio a Rolling Thunder su tutto. Si entra in partita e nel giro di pochi secondi si capisce tutto quello che serve sapere.
Azione a scorrimento vecchia scuola
Dal punto di vista del gameplay, City Hunter è un prodotto figlio del suo tempo. Il sistema di combattimento è semplice; si spara, si evitano i colpi e si cerca di sopravvivere alle ondate di nemici che arrivano da ogni lato dello schermo. La progressione non introduce grandi variazioni; la sfida arriva soprattutto dal ritmo e dalla quantità di proiettili che iniziano a riempire lo schermo man mano che si procede. È uno di quei giochi che puntano tutto sull’abilità del giocatore; pochi fronzoli, molta memoria muscolare. Oggi può sembrare spartano; ma è proprio quella semplicità a renderlo immediatamente leggibile.
Le notti di Shinjuku, a 16 bit
Dal punto di vista estetico il gioco è una vera capsula del tempo. Sprite grandi, animazioni essenziali e fondali che cercano di evocare la Tokyo della serie animata; il tutto accompagnato da una colonna sonora sintetica che profuma di anni Ottanta. Non è un titolo che punta allo spettacolo visivo; il suo fascino sta piuttosto nella fedeltà all’immaginario originale. Ogni schermata sembra uscita da un episodio dell’anime ma in salsa 16 bit, un ottima pixel art se vogliamo vederla da questo punto di vista. E per chi è cresciuto con City Hunter, questo basta spesso a far scattare la nostalgia.
Un recupero curioso
Rigiocato oggi, City Hunter resta un’esperienza molto legata alla sua epoca. Le meccaniche sono semplici, la struttura ripetitiva e la durata complessiva piuttosto contenuta; elementi che oggi possono far sembrare il gioco più un pezzo da collezione che un titolo da affrontare per ore. Ma è anche questo il suo valore. Non è solo un gioco; è una piccola fotografia del modo in cui gli anime arrivavano nei videogiochi alla fine degli anni Ottanta. La riproposizione di City Hunter non è una rivoluzione; è piuttosto un recupero storico. Un modo per tornare a un’epoca in cui bastavano pochi sprite, qualche melodia sintetica e un protagonista carismatico per costruire un’avventura. E rivedere Ryo Saeba in azione, tra proiettili e gag improvvise, ha ancora un certo fascino. City Hunter non è mai stato un gioco incredibile, ma sicuramente ha il suo fascino, se la nostalgia vi bussa forte alla porta, questo è il gioco che cercate.
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