C’è un angolo dimenticato delle sale giochi che profuma di plastica arroventata e sigarette Lucky Strike, dove il neon tremolante illumina i volti di adolescenti troppo seri per la loro età, e le mani corrono come pianisti epilettici su joystick maltrattati. In quell’angolo viveva Capcom, regina incontrastata dei cazzotti e degli Hadouken ;oggi, con Capcom Fighting Collection 2, la regina torna a fare il giro di ronda tra le reliquie della sua epoca d’oro — ma non porta solo i gioielli della corona. Porta anche i figli dimenticati. Quelli con i denti storti e i sogni troppo grandi.
Questa seconda antologia delle sberle digitali nasce con una missione meno ovvia del suo predecessore: non c’è Darkstalkers a reggere il palco, né la celebrazione evidente dei grandi nomi. Qui Capcom si inoltra nella parte più complessa del proprio archivio — un atto di archeologia videoludica, tra picchiaduro crossover, esperimenti 3D dimenticati e scommesse che all’epoca non hanno pagato. Il risultato? Un collage affascinante e claudicante, dove la nostalgia combatte contro l’oblio e dove ancora una volta non c’è STREET FIGHTER 3.

Selezione eclettica di Capcom
Il cuore pulsante della raccolta è il duo Capcom vs. SNK, che da solo vale mezza compilation: Millennium Fight 2000 Pro e Mark of the Millennium 2001 sono tra i migliori crossover mai realizzati, nonostante alcuni bilanciamenti a caso e gli sprite che sembrano provenire da cinque giochi diversi. Ma funzionano. E non solo perché ci trovi dentro Ken e Iori nello stesso roster: funzionano perché catturano un’epoca in cui ogni match era una dichiarazione d’identità, SNK contro Capcom, sangue contro fuoco.
A contorno, arriva Street Fighter Alpha 3 Upper, che rimane un titolo magnifico, ma che potrebbe far storcere il naso ai puristi, che cercavano il titolo originale per scatenarsi online; accanto a questi colossi, iniziano le scelte spiazzanti: Plasma Sword, Project Justice, Star Gladiator, i Power Stone — giochi figli dell’era Dreamcast, uno strano medioevo del picchiaduro in cui Capcom tentava il salto nel 3D come un adolescente che impara a suonare il basso per rimorchiare a volte andava bene, a volte lasciava indifferenti.
E proprio qui la raccolta si divide: Power Stone resta ancora oggi un caos meraviglioso, con il seguito mascherato da party game mascherato da arena fighter, mentre Plasma Sword sembra un brutto sogno di Tekken in acido, con personaggi disegnati da un ragazzino giapponese con l’ossessione per le tute spaziali. Il valore storico è decisamente alto, ma i titoli faticavano anche all’uscita, complice la presenza su Dreamcast di un certo Soul calibur, che spazzava via qualunque picchiaduro in 3D pensasse di uscire.

Memoria Muscolare
Una delle sorprese più gradite è l’interfaccia: sobria, elegante, e con quel tocco da museum mode che Capcom sta lentamente perfezionando; I filtri grafici, sempre opzionali, sanno di CRT e nicotina, e per chi ha vissuto le sale giochi, valgono più di mille shader 4K ma siamo ancora lontani da una buona scelta generale; le scanlines sono larghe e tozze, lontani dalla bellezza dei CRT da sala, e pensare che spesso si trovino filtri più precisi in giochi quasi indie, un po’ mi rattrista. Ci sono le gallerie, le illustrazioni, i flyer dell’epoca: reliquie digitali che danno peso al contenuto. È come entrare in una vecchia cartellina trasparente piena di disegni a matita e biglietti del Luna Park.
Ma ci sono anche ombre: la mancanza del crossplay è una coltellata al fegato della community. In un’epoca in cui persino il gioco più marginale su Steam cerca disperatamente pubblico su tutte le piattaforme, Capcom sceglie la compartimentazione. Il risultato? Stanze online deserte, sparring partner invisibili, e un rollback netcode che funziona bene… ma non ha nessuno con cui ballare.

Combattere contro il tempo
È qui che arriva la domanda esistenziale: per chi è questa raccolta? I fan hardcore probabilmente hanno già tutti questi giochi su Dreamcast, emulatore, o nella memoria muscolare. I neofiti si sentiranno persi, schiacciati dalla mancanza di tutorial moderni, e confusi da roster dove coesistono scolari che tirano pugni e cyborg con armi laser. È una collezione che non vuole piacere a tutti, e che forse nemmeno ci prova. Ti offre il suo cuore glitchato, e sta a te decidere se battere insieme a lei.
Il vero valore di Capcom Fighting Collection 2, dunque, non sta nell’essere un prodotto perfetto, ma un manufatto: una capsula del tempo impolverata, messa in vetrina con fierezza. Un atto d’amore per una generazione di titoli che non hanno avuto il tempo o la fortuna di diventare classici, ma allo stesso tempo lascia l’amaro in bocca, come la scelta delle versioni EO per Capcom vs Snk 2, versione semplificata dei titoli originali, che farà storcere il naso a i puristi dell’E.V.O

L’arte della memoria selettiva
Capcom Fighting Collection 2 è come una vecchia VHS ritrovata in cantina; alcune scene sono sgranate, altre ti commuovono ancora. C’è chi lo scarterà dopo mezz’ora, infastidito dal gameplay datato o dalle scelte poco ortodosse. Ma chi saprà ascoltare il fruscio tra un round e l’altro, chi riconoscerà quella sensazione di avere le nocche bianche sul controller e il cuore in gola al secondo round, allora capirà: questo non è solo un gioco. È una cronaca apocrifa del picchiaduro, che però non lascia il segno come dovrebbe tra qualche sbavatura e la mancanza dei titoli di CPS 3, come Warzard, Jojo e il mastodontico Street Fighter 3, ancora una volta fuori dai giochi.
|
|