Yakuza 6: The Song of Life

How I Met Your Father

Pubblicato il 02/05/18 da Ruka
recensione

Yakuza 6: The Song of Life

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I videogiochi sono spesso visti come mera forma d’intrattenimento o poco più: una definizione che personalmente non oserei contraddire, ma che al contempo ritengo stia troppo stretta a ciò che il videoludico possa offrire al giocatore.
Sin da quando se ne ha la capacità infatti, le software house tendono a sfruttare i propri prodotti non solo per fornire qualche ora di svago a chi desidera fruirne, ma anche per dare vita alle proprie creazioni, siano esse personaggi, storie o interi universi.
È così che il videogiocatore inizia a portare con sé le esperienze vissute al di là dello schermo e finisce per affezionarsi a quei protagonisti con cui ha condiviso momenti felici e tristi a cui prima o poi viene una fine: Yakuza 6 è esattamente questo, ovvero un epilogo alle rocambolesche vicende di Kazuma Kiryu che, come un drago, è riuscito a far breccia nei cuori dei milioni di appassionati a cui il buon Toshihiro Nagoshi ha voluto raccontare lo stile di vita degli yakuza.
E vissero tutti felici e contenti, quindi? Non esattamente, o almeno non dal mio punto di vista, dato che dall’ultimo capitolo della saga mi sarei aspettato qualcosina in più e ciò, pur non impedendomi di godere appieno dell’esperienza, mi ha lasciato in bocca un retrogusto amaro di cui potete leggere in questa sede.

Kamurocho torna nuovamente teatro di violenti scontri in Yakuza 6: The Song of Life.

Tre anni sono trascorsi dal pubblico ritiro di Haruka dalla sua carriera di idol, ora impegnata a prendersi cura dei suoi compagni nell’orfanotrofio in cui è cresciuta, in attesa che lo “zio Kazuma” esca di prigione per andare a vivere con loro.
Un brutto giorno però, la ragazza apprende, attraverso una serie di eventi, che il suo rapporto col Drago di Dojima potrebbe ripercuotersi negativamente non solo sulla sua vita, ma anche su quella dei suoi cari: decide quindi di abbandonare la struttura all’insaputa di tutti, per vivere la propria vita lontano da chi desidera proteggere.
Inutile dire che il nostro eroe, appena rilasciato, verrà a sapere della scomparsa della sua protetta e deciderà di mettersi sulle sue tracce solo per poi scoprire che la povera Haruka si trova in stato comatoso, dopo essere rimasta vittima di un incidente per aver cercato di proteggere un bebè da un’auto in corsa.
Si apprenderà poi che il bambino in questione è suo figlio Haruto e da qui inizierà il delirio dell’ennesima e ultima epopea di Kazuma Kiryu, intenzionato più che mai a scoprire l’identità del padre e nel mentre scovare il misterioso attentatore alla guida del veicolo.
Non mi sogno nemmeno di svelarvi oltre, perché farlo sarebbe – e perdonate la telefonatissima battuta – davvero criminale: la trama si dipana in un susseguirsi di colpi di scena mai banali e viene raccontata attraverso cutscene intensissime dettate da un’ottima regia e recitate da attori in carne e ossa che ci hanno messo la faccia attraverso la tecnica del motion capture.
Tutto perfetto da una prospettiva distaccata insomma, ma probabilmente i fan di vecchia data non apprezzeranno la scelta degli sceneggiatori di essersi affidati a un cast per la maggior parte nuovo, relegando alcuni tra i volti più noti al compito di semplici comparse.

Poteva mancare la possibilità di scattare selfie?

Pad alla mano, risulta chiaro fin da subito di quanto la formula ne risulti svecchiata, andando a eliminare diverse legnosità ancora presenti nei penultimi capitoli della serie, un passaggio per certi versi necessario ma sicuramente non indolore.
Controlleremo sempre Kazuma Kiryu nel suo quotidiano muoversi tra le strade e i vicoli del caotico quartiere di Kamurocho (che ricordiamo essere la versione fittizia di Kabukicho a Tokyo), ora molto più espanso rispetto al passato, sia in termini di grandezza della mappa, che per quanto concerne le possibilità di esplorazione della stessa grazie alle rinnovate doti del protagonista di arrampicarsi ove possibile e infilarsi in spazi ristretti.
Nonostante questo però, quello di Yakuza rimane un open world ancora troppo chiuso e limitato rispetto alla media odierna, seppur esso eccella nella quantità e qualità delle attività in cui destreggiarsi: alle immancabili Substories – leggasi missioni secondarie – si affiancano diletti opzionali come l’approfittare dei sempreverdi SEGA Club per giostrarsi in classici arcade del calibro di Out Run, Fantasy Zone e Super Hang-On (a cui sono state aggiunte produzioni più recenti come Virtua Fighter 5 e Puyo Puyo), dedicarsi a passatempi quali mahjong, freccette o l’onnipresente karaoke; per chi invece preferisse intrattenersi con hobby un po’ più “piccanti”, fanno la loro comparsa il minigioco dell’Host Club in cui dovremo aggiudicarci la simpatia di una ragazza scegliendo correttamente tra un set di risposte e la Live Chat che ci consentirà di “chattare” – ossia premere i tasti nella sequenza mostrata su schermo – con delle pulzelle desiderose di mostrare le proprie grazie attraverso una webcam.

Si mette male per i poveracci là sotto…

Spostando l’attenzione sulla seconda location visitata, ovvero Onomichi della prefettura di Hiroshima, è chiaro come il numero delle attività collaterali venga drasticamente a ridursi: stiamo parlando di una fetta di periferia per forza di cose meno al passo coi tempi rispetto a Kamurocho – tant’è che mancano perfino i konbini – e che presenta la propria attrattiva su un piano marcatamente turistico, il quale finisce per riversarsi nel contesto delle Substories locali che tra le proprie fila nascondono qualche piacevolissimo easter egg.
Sempre a Onomochi poi è possibile reclutare i membri per la nostra gang nel minigioco Clan Creator: malmenando teppisti, essi andranno ad aggiungersi al roster schierabile in campo durante battaglie “strategiche” contro i membri del JUSTIS, un’organizzazione – sulla carta – anticrimine divenuta essa stessa una minaccia per il pacifico vivere di Kamurocho e dintorni.
Si tratta comunque di un passatempo dalle meccaniche semplicistiche, in quanto il compito del giocatore sarà solo quello di piazzare le unità in campo quando disponibili e attivare alcune abilità, il tutto mentre si osserva l’andazzo della zuffa da una visuale a vista d’uccello.
Chiude la carrellata di attività collaterali il social network Troublr: attraverso il suo cellulare, Kazuma potrà ricevere le più disparate richieste d’aiuto, le quali spaziano da compiti quali il soccorso di un civile aggredito dai malviventi, fino alla ricerca e disinnesco di ordigni piazzati chissà dove.

Quando il gioco si fa duro, un blocco di cemento è più duro di tutti.

Sia in città che al mare comunque la prassi è menar le mani e in questi termini Yakuza 6 non delude, anche se i veterani del brand potrebbero storcere il naso per via dell’impossibilità di cambiare stile di combattimento: la sempreverde alternanza tra attacchi leggeri e pesanti consente di sfoderare combo di ogni genere, mentre si cerca di evitare i colpi nemici tramite i consueti sidestep e parate che progredendo nel gioco potranno tramutarsi in efficacissimi parry; col tasto cerchio poi è possibile afferrare nemici e oggetti che potranno essere impiegati nelle onnipresenti Heat Action, spettacolari e violente finisher ormai divenute un marchio di fabbrica per la serie.
Fa capolino poi una “modalità berserk” attivabile col grilletto destro denominata Heat Mode, durante la quale potremo sbizzarrirci nel percuotere i malcapitati di turno che si vedranno arrivare addosso un Kazuma praticamente insensibile alla quasi totalità dei loro attacchi e capace di scatenare una raffica colpi devastante.
Però non è tutto oro ciò che luccica e se i combattimenti risultano più fluidi e armoniosi rispetto al passato, è anche vero che, sul lungo andare, la mancanza degli stili tende a farsi sentire: sopratutto nelle situazioni più caotiche con tanti avversari su schermo, l’abitudine è quella di afferrarne uno e scagliarlo sulla folla in un goffo tentativo di crowd control.
Per il resto la progressione dell’avventura segue il tipico tran tran a cui la serie ci ha abituato, ovvero andare dal punto A al punto B, parlare con tizio C e picchiare il resto dell’alfabeto.

L’Heat Mode è una risorsa fondamentale per superare gli scontri più ostici.

Sotto il profilo prettamente tecnico, l’ultima creazione del Team Yakuza è una gioia per gli occhi, seppur non priva di qualche sbavatura: il Dragon Engine non solo gestisce al meglio le meravigliose espressioni facciali di cui i filmati fanno abbondante sfoggio, ma rende deliziosamente il feedback derivante dagli impatti, elemento fondamentale in un gioco di questo tipo.
Per la prima volta non vi sono caricamenti nel passaggio tra esterni e interni, potendo così portare gli scontri anche all’interno di edifici come negozi e fast food di cui Kamurocho è tappezzata, all’occorrenza sfasciando tutto e provocando il panico tra i civili.
Animazioni, effetti particellari e texture (con le dovute eccezioni) risultano di altissimo livello, ma lo stesso non si può dire del framerate bloccato a 30 fotogrammi al secondo e nemmeno tanto solido su una PS4 Standard; se poi a tutto questo si aggiungono elementi come una risoluzione a 900p, alcuni spiacevoli episodi di tearing e un aliasing piuttosto marcato è inevitabile storcere il naso, specie se abituati alle prestazioni degli ottimi capitoli Zero e Kiwami.
Sul fronte audio nulla da segnalare: il doppiaggio svolge egregiamente il proprio lavoro e la colonna sonora si attesta su livelli d’eccellenza, sebbene risulti inspiegabile la mancanza di una intro all’avvio del gioco.
Tirando – violentemente – le somme, Yakuza 6: The Song of Life rappresenta il degno finale per la saga di Kazuma Kiryu, proponendo al giocatore una storia di padri e di figli che lo terrà col fiato sospeso dall’inizio fino ai titoli di coda, il tutto affiancato da un impianto di gioco solido e variegato, denso di attività collaterali e segreti da scoprire.
Le poche ma non irrilevanti magagne di cui sopra gli impediscono ancora una volta di entrare nell’olimpo dei videogiochi, ma vista la capacità della serie di migliorarsi a ogni iterazione, non è un obiettivo poi così lontano.

E poi si sa che la via del dragone è sempre impervia, ma non per questo capace di fermare la sua ascesa.

Perché sì:
Perché no:
  • Un degno finale
  • Vario, vasto, longevo
  • Tecnicamente eccellente, ma...

 

  • ...framerate incerto
  • Un solo stile di combattimento
  • Finisce

BOTTE

COLONNA SONORA

LA MASCOTTE DI ONOMICHI

Ruka - Biografia

Un weeb che videogioca e scrive. No seriamente, cosa vi aspettavate ?