Pubblicato il 14/05/26 da Fedro

The Tag-Along Obsession – Recensione (PS5)

un horror made in taiwan che prova a spaventare
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Ci sono horror che puntano tutto sullo shock immediato, sul jumpscare sparato a volume massimo e sulla necessità quasi disperata di tenere il giocatore costantemente sotto pressione. E poi ci sono quei titoli che cercano invece un’atmosfera più lenta, costruita attraverso silenzi, ambienti decadenti e una sensazione di disagio che cresce poco alla volta. The Tag-Along Obsession prova chiaramente a inserirsi in questa seconda categoria, rifacendosi in maniera abbastanza evidente all’horror asiatico degli anni Duemila, tra maledizioni, spiriti vendicativi e luoghi abbandonati impregnati di tragedia.

Sviluppato da LuLuDu Tech e pubblicato originariamente su PC nel settembre 2024, il gioco arriva ora su PlayStation 5 grazie alla distribuzione di Eastasiasoft. Un approdo che, almeno sulla carta, poteva rappresentare l’occasione giusta per dare maggiore visibilità a un progetto passato piuttosto in sordina su Steam. Anche perché il materiale di partenza non sarebbe nemmeno così male: l’opera prende ispirazione dalla leggenda taiwanese della “Little Girl in Red”, già adattata in ambito cinematografico con discreto successo.

Il problema è che, controller alla mano, The Tag-Along Obsession sembra continuamente incapace di trasformare le proprie idee in qualcosa di davvero memorabile.

Un resort abbandonato, fantasmi e macabri rituali per una trama nel complesso poco convincente

La protagonista della vicenda è Hui-Ting, una reporter televisiva sopravv1issuta a un incidente misterioso avvenuto all’interno di un resort abbandonato. I suoi colleghi sono morti, lei invece riuscita a tornare viva, anche se le prime battute del gioco sembrano suggerire che qualcosa l’abbia seguita fuori da quel luogo.

Incubi ricorrenti, apparizioni improvvise e una presenza costante iniziano a consumarla lentamente, fino a convincerla a rivolgersi a una medium. È qui che parte davvero il viaggio horror del gioco: Hui-Ting scopre di essere perseguitata da uno spirito vendicativo e l’unico modo per spezzare la maledizione è tornare nel resort dove tutto è iniziato.

Da questo punto in avanti, The Tag-Along Obsession si costruisce come una classica ghost story orientale, fatta di corridoi umidi, riti spiritici, fotografie inquietanti e documenti disseminati nell’ambiente per ricostruire il passato e le vicende del luogo. C’è anche un discreto tentativo di creare una narrativa più stratificata, legata al senso di colpa e alla memoria traumatica, ma il gioco raramente riesce ad approfondire davvero questi temi.

Il problema principale della scrittura è che rimane costantemente in superficie. I personaggi sono poco caratterizzati, i dialoghi risultano spesso rigidi e la progressione narrativa fatica a mantenere alta la curiosità. Non manca qualche momento riuscito — soprattutto nelle sezioni in cui il resort sembra quasi trasformarsi in un luogo sospeso tra realtà e allucinazione — ma nel complesso il racconto appare derivativo e prevedibile.

Si percepisce continuamente il riferimento a produzioni ben più solide del panorama horror asiatico, sia videoludico che cinematografico. Fatal Frame, Detention, Visage e persino certi passaggi di PT sembrano aleggiare sopra il gioco come fantasmi decisamente più interessanti di quelli che ci troviamo davanti.

E forse è proprio questo uno dei limiti maggiori di The Tag-Along Obsession: non riesce mai a trovare una vera identità personale.

Alla ricerca di oggetti, mentre ci si nasconde dai fantasmi e si affrontano enigmi

La struttura ludica è quella del classico horror in prima persona basato su esplorazione, enigmi ambientali e sezioni stealth. Hui-Ting non può combattere direttamente gli spiriti, quindi gran parte dell’esperienza consiste nel muoversi lentamente tra stanze buie, raccogliere oggetti chiave, leggere appunti e cercare di evitare le entità ostili nascondendosi negli armadi o dietro alcuni elementi dello scenario.

Fin qui nulla di particolarmente problematico. Il guaio arriva quando il gioco prova a mettere insieme tutte queste meccaniche senza riuscire davvero a farle funzionare in modo fluido.

L’esplorazione soffre di un level design spesso confuso, con ambienti troppo simili tra loro e una gestione degli obiettivi poco chiara. In più di un’occasione ci si ritrova a vagare senza una direzione precisa non perché il gioco voglia stimolare il senso di smarrimento, ma semplicemente perché comunica male ciò che bisogna fare.

Gli enigmi seguono lo stesso schema. Alcuni sono accettabili, altri sembrano inseriti quasi per obbligo e finiscono per interrompere il ritmo già piuttosto lento dell’avventura. Mai realmente complessi, ma nemmeno abbastanza intuitivi da risultare soddisfacenti.

Le sezioni stealth, invece, rappresentano probabilmente l’aspetto più debole dell’intera produzione. I movimenti della protagonista sono legnosi, le animazioni poco naturali e l’intelligenza artificiale dei nemici alterna momenti di totale passività a inseguimenti improvvisamente aggressivi. Non si crea mai quella tensione autentica che dovrebbe sostenere un survival horror di questo tipo. Più che paura, spesso si prova solo frustrazione.

Anche il ritmo generale finisce per risentirne. The Tag-Along Obsession dura circa cinque o sei ore, ma la percezione è quella di un’esperienza molto più lunga proprio per via della continua ripetizione delle stesse situazioni: corridoio buio, apparizione improvvisa, fuga, chiave da trovare, porta chiusa, altro corridoio.

C’è comunque un tentativo apprezzabile di rendere interessante l’atmosfera grazie al sonoro. Alcuni passaggi riescono effettivamente a creare disagio nel giocatore grazie a rumori lontani, sussurri quasi impercettibili e musiche minimali. Sono però momenti isolati all’interno di un’esperienza che raramente riesce davvero a lasciare il segno.

E questo è un peccato, perché l’horror psicologico vive soprattutto di ritmo e costruzione della tensione. Quando queste componenti vengono meno, resta ben poco.

Un lato tecnico rivedibile

L’arrivo su PlayStation 5 avrebbe potuto rappresentare un’occasione per sistemare parte delle incertezze tecniche viste nella versione PC originale. In realtà ci troviamo davanti a un porting piuttosto basilare, che svolge il minimo indispensabile senza particolari migliorie evidenti.

Il colpo d’occhio iniziale non è nemmeno disastroso. Alcuni ambienti del resort riescono a trasmettere una certa inquietudine grazie all’uso delle luci e a una direzione artistica discretamente curata. Il problema emerge appena ci si sofferma sui dettagli: texture povere, modelli dei personaggi rigidi e animazioni facciali praticamente inesistenti.

Anche la regia “cinematografica” tanto pubblicizzata dagli sviluppatori funziona solo a tratti. Alcune inquadrature sono interessanti, ma molte sequenze narrative risultano statiche e poco convincenti, quasi da visual novel tridimensionale più che da horror moderno.

Sul fronte delle prestazioni la situazione è abbastanza stabile, ma non impeccabile. Durante l’esplorazione si notano sporadici cali di frame rate e qualche caricamento mascherato in maniera piuttosto evidente. Nulla che renda il gioco ingestibile, sia chiaro, ma da una produzione pubblicata nel 2026 su PS5 ci si aspetterebbe qualcosa di più rifinito.

Anche l’utilizzo delle funzionalità DualSense è minimo. La vibrazione adattiva è presente, ma viene sfruttata in modo superficiale e senza idee realmente interessanti. Considerando quanto altri horror abbiano saputo utilizzare il controller Sony per aumentare l’immersione, qui sembra quasi un’aggiunta fatta per dovere contrattuale.

Il doppiaggio in cinese, invece, è probabilmente una delle poche cose davvero convincenti del pacchetto. Mantiene coerenza con l’ambientazione e contribuisce almeno in parte a preservare quell’identità culturale che il gioco prova continuamente a evocare.

Commenti finali

The Tag-Along Obsession è uno di quei giochi che sembrano migliori sulla carta rispetto all’esperienza vera e propria. Ha un’ambientazione interessante, una base narrativa che avrebbe potuto funzionare e alcuni momenti in cui lascia intravedere qualcosa di più ambizioso. Ma sono frammenti isolati, dispersi dentro un horror incapace di sostenersi davvero nel lungo periodo.

La sensazione costante è quella di trovarsi davanti a un progetto che guarda continuamente ai grandi nomi del genere senza riuscire mai a comprenderne fino in fondo il funzionamento. L’atmosfera c’è, ma è fragile e la paura arriva raramente. Il gameplay inciampa troppo spesso nei propri limiti strutturali.

E l’approdo su PlayStation 5 non cambia realmente le cose. Anzi, in un panorama horror moderno sempre più ricco e competitivo, The Tag-Along Obsession finisce inevitabilmente per mostrare ancora di più le sue debolezze. Ci sono idee discrete, certo, ma non bastano a sostenere un’esperienza che appare vecchia già oggi.

Alla fine resta soprattutto un senso di occasione mancata. Non un disastro totale, ma nemmeno qualcosa che valga davvero la pena recuperare, soprattutto considerando il prezzo a cui viene proposto su console, ossia di 24.99 euro.

Un horror che prova a inseguire i fantasmi del passato senza mai riuscire davvero ad afferrarli.

  • Atmosfera horror orientale discreta e a tratti suggestiva
  • Buona direzione artistica in alcune ambientazioni
  • Doppiaggio originale convincente

 

  • Gameplay monotono e poco rifinito
  • Stealth frustrante e poco credibile
  • Narrazione debole e priva di personalità
  • Tecnica datata anche su PlayStation 5
  • Non fa davvero paura per gran parte dell’avventura

Fedro - Biografia

Amante del panorama videoludico sin dalla tenera età, ama scriverne e narrarne le storie. È anche content creator e titolare del canale YouTube "TwoTimesNerd".

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