Wonder Boy? Certo che c’è. Lo vediamo tutti. Possiamo andare avanti?
Perché bastano pochi minuti con Aggelos 2, qualche colpo di spada e i primi attacchi magici per ricordarsi che questa serie ha ormai parecchie cose proprie di cui parlare; tra queste ci sono persino degli angeli.
Il primo capitolo aveva già trovato una sua dimensione; il secondo non prova quindi a reinventare tutto, ma preferisce allargare il campo. Il mondo cresce, aumentano le possibilità e la contrapposizione tra luce e oscurità diventa qualcosa con cui giocare, non soltanto qualcosa da raccontare.
Il risultato, almeno per me, è stato soprattutto questo: un’avventura divertente e appagante, capace di rimanere semplice senza diventare povera.
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Spada o magia? Sì
Il combattimento rimane immediato: abbiamo una spada e sappiamo perfettamente cosa farcene. Ma Aggelos 2 ci mette presto tra le mani anche un attacco a distanza e avere entrambe le possibilità finisce per essere utile in molti più modi di quanto possa sembrare.
Melee e ranged si alternano continuamente; la spada domina le distanze ravvicinate, la magia permette di colpire ciò che non vogliamo — o non possiamo — raggiungere. Due strumenti semplici, insomma, che insieme rendono gli scontri molto più dinamici e ovviamente si prestano anche a diversi enigmi da risolvere, un buon mix decisamente.
Poi arrivano Angelo e Demone: forme differenti che ampliano ulteriormente le possibilità e finiscono per legarsi tanto al combattimento quanto all’esplorazione.
Ed è proprio questa semplicità a funzionare: Aggelos 2 aggiunge senza sommergere, offre più soluzioni senza trasformare ogni incontro in un esercizio monotono.
Spada, magia, ali: non serve molto altro quando ogni potere ha qualcosa da fare.
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La memoria nell’inventario
La crescita del secondo capitolo si sente soprattutto esplorando.
Il mondo è più ampio; luce e oscurità aprono possibilità differenti e ritornare in luoghi già visitati con nuovi strumenti permette di raggiungere quello che prima sembrava impossibile. Aggelos 2 continua a fidarsi della curiosità del giocatore: osservare, ricordare e tornare sui propri passi fanno parte dell’avventura.
La memoria continua a far parte dell’inventario.
Ed è proprio qui che qualcuno potrebbe parlare di quality of life mancanti; personalmente, non ne ho sentito particolarmente il bisogno.
Aggelos 2 è chiaramente figlio di un certo modo di intendere il videogioco: non tutto deve essere indicato, ricordato o comodamente riportato sulla mappa. Perdersi un attimo, dover ricordare un passaggio o capire autonomamente dove utilizzare qualcosa non sono necessariamente difetti; fanno parte del gioco.
Non c’è davvero bisogno di viziare sempre il giocatore.
Naturalmente esiste un confine tra chiedere attenzione e far perdere tempo; Aggelos 2, però, nella mia esperienza rimane dalla parte giusta. Vecchia scuola non significa vecchio gioco; soprattutto, non significa gioco sbagliato.
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Più grande; ancora Aggelos
Era probabilmente questa la sfida più interessante del seguito: diventare più grande senza appesantire una formula che funzionava proprio grazie alla sua immediatezza.
Aggelos 2 ci riesce.
Le trasformazioni aggiungono varietà, il combattimento alterna naturalmente spada e magia e l’esplorazione ha abbastanza spazio per sfruttare entrambe; nel frattempo, la lore degli angeli riprende quanto costruito dal primo capitolo e dà continuità a un mondo che ormai non ha bisogno di vivere soltanto dei propri riferimenti.
Anche la pixel art accompagna questa crescita: più ricca e apertamente legata all’epoca dei 16 bit, conserva quella leggibilità immediata che serve a un gioco del genere senza trasformare la nostalgia nel suo unico argomento.
Perché alla fine è questo che mi è rimasto di Aggelos 2: mi sono divertito.
Sembra quasi una considerazione troppo semplice per chiudere una recensione; eppure, per un action adventure che vuole farci esplorare, combattere, trovare nuovi poteri e utilizzarli per spingerci un po’ più avanti, essere divertente e appagante dovrebbe contare parecchio.
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Un paio d’ali in più
Aggelos 2 sa perfettamente da dove viene; non ha alcun motivo per nasconderlo.
Ma ormai ridurlo ancora una volta a Wonder Boy significa fermarsi al riferimento più evidente e perdersi tutto quello che è successo dopo: spada e magia, angeli e demoni, un mondo più ampio e una serie che continua a costruire sulla propria storia.
Non ha nemmeno bisogno di rincorrere ogni comodità del presente; appartiene deliberatamente a un’altra scuola e si fida ancora abbastanza del giocatore da lasciargli qualcosa da capire da solo.
Qualche volta ci perderemo.
Pazienza; ritroveremo la strada.
Wonder Boy rimane da qualche parte nell’albero genealogico.
Noi, nel frattempo, stiamo giocando ad Aggelos 2.
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