Pubblicato il 01/07/26 da Fedro

The Drifter – Recensione

Un thriller in pixel art che riscopre il fascino dell’avventura grafica
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Negli ultimi anni il genere delle avventure punta e clicca ha trovato nuova linfa grazie agli studi indipendenti, capaci di reinterpretare una formula storica senza rinnegarne le radici. The Drifter, sviluppato dagli australiani di Powerhoof e approdato su Nintendo Switch il 22 giugno, rappresenta uno degli esempi più convincenti di questa nuova ondata. Pur guardando con evidente rispetto ai grandi classici LucasArts e Sierra, il titolo costruisce una propria identità attraverso una narrazione dal ritmo serrato, un’interfaccia moderna e una direzione artistica che riesce a essere nostalgica senza apparire anacronistica.

L’impressione è quella di un’opera che conosce perfettamente il proprio pubblico, ma che al tempo stesso prova ad abbattere alcune delle barriere storiche del genere. Il risultato è un’avventura che rinuncia volutamente ai tempi morti per privilegiare una progressione continua, mantenendo alta la tensione fino ai titoli di coda.

 

Una fuga tra thriller e fantascienza

Mick Carter è un uomo senza una vera destinazione. Tornato nella sua città natale per partecipare a un funerale, si ritrova quasi immediatamente coinvolto in una vicenda che intreccia omicidi, cospirazioni governative e misteriosi esperimenti scientifici. La situazione precipita rapidamente quando il protagonista viene assassinato… salvo poi risvegliarsi pochi istanti prima della propria morte. È questo il punto di partenza di una storia che mescola thriller, fantascienza e noir con sorprendente naturalezza. Il tema del loop temporale diventa il motore dell’intera esperienza, ma non viene utilizzato come semplice espediente narrativo: ogni morte modifica il modo in cui il giocatore osserva gli eventi e affronta gli ostacoli successivi.

La scrittura convince soprattutto per il ritmo. I dialoghi evitano lunghe esposizioni, preferendo lasciare che siano gli eventi a costruire progressivamente il quadro generale. I colpi di scena sono numerosi ma raramente gratuiti, mentre il mistero viene alimentato con costanza fino alle battute finali.

Anche i personaggi secondari contribuiscono a dare spessore all’avventura. Ognuno possiede una precisa personalità e dialoghi credibili, spesso caratterizzati da un umorismo asciutto che alleggerisce la tensione senza compromettere l’atmosfera. Mick stesso è un protagonista riuscito: disilluso, sarcastico e perfettamente consapevole dell’assurdità della situazione che sta vivendo.

Enigmi per salvarsi la pelle

Dal punto di vista ludico, The Drifter rimane fedele ai principi delle avventure grafiche classiche, ma introduce una serie di accorgimenti che rendono l’esperienza decisamente più accessibile rispetto ai grandi esponenti degli anni Novanta.

L’inventario è essenziale, le interazioni contestuali riducono drasticamente il rischio di tentare combinazioni prive di senso e l’interfaccia elimina gran parte della macchinosità tipica del genere. Anche la ricerca degli oggetti interattivi è stata ripensata con intelligenza: basta un semplice comando per evidenziare gli elementi utili presenti nella schermata, evitando quelle lunghe sessioni di “pixel hunting” che hanno caratterizzato molte produzioni del passato.

Gli enigmi mantengono quasi sempre un buon equilibrio. Richiedono osservazione e logica, ma raramente sfociano nella frustrazione. La loro qualità deriva soprattutto dall’essere integrati nella narrazione: difficilmente si ha la sensazione di risolvere rompicapi inseriti artificialmente per allungare la durata del gioco.

Qualche limite emerge invece nella struttura piuttosto lineare della progressione. In alcuni passaggi il giocatore dispone di un’unica soluzione possibile e, se non individua immediatamente l’oggetto corretto, il rischio di bloccarsi momentaneamente è concreto. In molte sezioni infatti dovremo necessariamente “morire”, sfruttando l’abilità di tornare indietro nel tempo qualche secondo prima delle morte di cui Mick è misteriosamente in possesso, per comprendere come superare una determinata sezione. Infatti sarà necessario tentare diverse soluzioni e solo una sarà quella realmente corretta.

Non si tratta di difetti gravi, ma rappresentano probabilmente l’aspetto meno moderno dell’intera produzione.

La longevità si attesta attorno alle dieci ore, una durata che appare perfettamente calibrata per il tipo di esperienza proposta. Il ritmo rimane costante ed incalzante dall’inizio alla fine e il gioco evita sapientemente di diluire i contenuti con sezioni superflue.

Direzione artistica e comparto audio

È probabilmente sul piano estetico che The Drifter riesce a distinguersi maggiormente.

La pixel art realizzata da Powerhoof dimostra una cura straordinaria, non tanto per la quantità di dettagli, quanto per la capacità di raccontare attraverso le immagin i. Ogni ambiente possiede una precisa identità visiva e sfrutta con grande efficacia luci, ombre e palette cromatiche per sostenere il tono del racconto. Le animazioni sono sorprendentemente ricche e contribuiscono continuamente alla caratterizzazione dei personaggi. Piccoli gesti, espressioni del volto e movimenti del corpo raccontano spesso più di quanto facciano i dialoghi stessi, rendendo ogni scena estremamente naturale. Anche la regia merita una menzione particolare. Numerose sequenze sfruttano inquadrature cinematografiche e cambi di prospettiva che conferiscono dinamismo a una formula tradizionalmente piuttosto statica.

Ottimo anche il comparto sonoro. La colonna sonora preferisce accompagnare l’azione con discrezione, alternando momenti di tensione a passaggi più riflessivi senza mai risultare invasiva. Gli effetti ambientali contribuiscono ulteriormente all’immersione, mentre il doppiaggio in lingua inglese rappresenta uno dei punti di forza dell’intera produzione: credibile, ben recitato e perfettamente in linea con il tono pulp dell’avventura. E chi ha problemi con la lingua di albione può dormire sonni tranquilli: a differenza delle edizioni precedenti ora il titolo può vantare di ottimi sottotitoli localizzati in italiano.

La versione Nintendo Switch

L’approdo su Nintendo Switch rappresenta una buona notizia per gli appassionati del genere, soprattutto considerando la natura stessa del gioco.

The Drifter si presta infatti perfettamente alle sessioni portatili. La struttura suddivisa in schermate, la possibilità di interrompere rapidamente la partita e il ritmo sempre sostenuto rendono la console Nintendo una piattaforma particolarmente adatta.

Dal punto di vista tecnico il lavoro di conversione appare convincente. Lo scorrimento delle ambientazioni è fluido, l’interfaccia è stata adattata con attenzione ai comandi dei Joycon e la gestione delle interazioni risulta intuitiva anche senza mouse. In particolare, il sistema che evidenzia automaticamente gli elementi interattivi semplifica notevolmente il controllo tramite analogico, eliminando gran parte delle difficoltà normalmente associate ai porting console delle avventure punta e clicca.

Durante l’esperienza non emergono compromessi evidenti sul piano artistico e la qualità della pixel art rimane pressoché invariata anche sul display della console. I caricamenti sono contenuti e l’esperienza complessiva restituisce la sensazione di un porting realizzato con particolare attenzione.

È difficile immaginare una piattaforma più adatta per vivere questo tipo di avventura, soprattutto per chi ama affrontare giochi narrativi durante brevi sessioni quotidiane.

Considerazioni finali

The Drifter è una dimostrazione concreta di come il genere delle avventure grafiche possa ancora dire qualcosa di interessante senza rinnegare la propria tradizione. Powerhoof prende le fondamenta costruite da LucasArts e Sierra, elimina molte delle rigidità che hanno fatto invecchiare alcune produzioni del passato e costruisce un thriller narrativo dal ritmo sorprendentemente moderno.

Non tutto è perfetto. Alcuni enigmi risultano più rigidi del necessario e la progressione lineare potrebbe non soddisfare chi preferisce una maggiore libertà d’approccio. Tuttavia si tratta di limiti marginali all’interno di una produzione che convince per scrittura, direzione artistica e capacità di mantenere costante la tensione.

Più che rivoluzionare il genere, The Drifter sceglie di affinarlo. Ed è proprio questa consapevolezza a rappresentarne il pregio maggiore. Non cerca di essere qualcosa di diverso da ciò che è: una solida avventura punta e clicca, costruita attorno a una storia coinvolgente, personaggi ben scritti e un’estetica che lascia il segno.

Per gli appassionati delle avventure narrative è un titolo che merita attenzione. Per chi invece si avvicina per la prima volta al genere, potrebbe rappresentare uno dei punti d’ingresso migliori degli ultimi anni, grazie a un equilibrio riuscito tra tradizione e modernità che rende il viaggio di Mick Carter difficile da interrompere una volta iniziato.

  • Scrittura dei personaggi eccezionale
  • Atmosfera avvolgente
  • Pixel art di pregevole fattura
  • Doppiaggio in inglese eccellente

 

  • Alcuni enigmi un po' farragginosi da intuire
  • Progressione estremamente lineare

 

Fedro - Biografia

Amante del panorama videoludico sin dalla tenera età, ama scriverne e narrarne le storie. È anche content creator e titolare del canale YouTube "TwoTimesNerd".

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