I Hate This Place è un survival horror con visuale isometrica sviluppato da Broken Mirror Games e distribuito da Feardemic. Il titolo, seppur con molte imperfezioni, offre una decina di ore di intrattenimento piuttosto godibili, sfruttando gli stilemi del genere survival horror senza però stravolgerne le dinamiche.
Trova Lou
L’elemento più intrigante di I Hate This Place è sicuramente la sua componente narrativa. Vestiamo i panni di Elena, una giovane ragazza che riprende i contatti con una sua vecchia amica, Lou. Quando le due si riuniscono, tuttavia, un rito inquietante le porterà a separarsi. A questo punto, Elena vagherà per i luoghi dai quali è fuggita anni prima alla ricerca della sua amica, tra fantasmi, sette misteriose e una strana infezione che si sta diffondendo tra le varie zone della mappa di gioco.
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Nonostante un adattamento dei testi italiani non sempre eccellente, la storia di I Hate This Place riesce a regalare costante tensione e mistero, con molteplici plot twist che, seppur in linea con la classica struttura horror, non abbiamo mai percepito come scontati. Rutherford Ranch, infatti, è un luogo pieno di mistero e nelle varie aree che esploreremo, oltre alle missioni primarie, troveremo diversi crimini brutali sui quali andare a indagare. Questi ci offriranno una deviazione dalla storyline principale che tuttavia rimane interconnessa ad essa, portandoci a conoscenza di alcuni elementi extra sulla lore di gioco.
Nel complesso, la trama di I Hate This Place fa un buon lavoro nel tenere l’interesse del giocatore, anche se verso il finale non si concede abbastanza tempo per costruire una tensione sufficiente, finendo per vanificare, almeno in parte, il buon lavoro fatto nelle prime fasi. Gli eventi cruciali nella soluzione del mistero, infatti, arrivano in una sequenza fin troppo veloce di accadimenti che, se da una parte ci spinge a proseguire per non interrompere questo flusso di rivelazioni, dall’altra ci offre fin troppa narrazione a discapito del gameplay.
Per contestualizzare meglio questa affermazione, porteremo un esempio spoiler sulla parte dell’endgame, pertanto, se non volete scoprire nulla sulla trama vi invitiamo a saltare il prossimo paragrafo.
Nel momento in cui, finalmente, ritroviamo Lou, ad esempio, l’escamotage che ci porta a raggiungerla risulta fin troppo banale nella comodità con il quale allontana da noi tutti i nemici e sblocca una porta che, fino a quel momento, era stata sempre chiusa a chiave. Una volta varcata questa soglia, ci basterà risolvere un enigma piuttosto semplice per svelare il mistero che ha mosso la storia per tutto lo sviluppo del gioco.
Il Ranch
Un’altra componente interessante di I Hate This Place è la parte survival. Il titolo, infatti, ci spinge a gestire alcune risorse e statistiche per consentirci di affrontare i nemici in modo efficace. L’elemento più importante è senza dubbio quello della fame. Oltre alle classiche barre di salute e resistenza, infatti, dovremo monitorare quella della fame che si andrà riducendo minuto dopo minuto. Di per sé, questo elemento non cambia nulla nella nostra avventura: che si trovi al cento per cento o all’uno per cento non fa alcuna differenza. Tuttavia, quando si raggiunge lo zero per cento la nostra resistenza massima inizierà a calare, inficiando così la distanza nella quale potremo scattare e la quantità di colpi che potremo sferrare nel corpo a corpo.
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Per evitare che questa barra scenda allo zero, tuttavia, ci basterà consumare cibo. Alcune tipologie di alimenti, come le patatine, sono piuttosto comuni e colmano la barra della fame, ma è anche possibile creare delle pietanze più elaborate che mantengono la nostra Elena sazia più a lungo. Per farlo, entra in gioco il ranch. Si tratta di una sorta di zona sicura nella quale possiamo costruire una gran varietà di edifici che ci permettono di estrarre risorse di ogni tipo. Si tratta di un passaggio fondamentale nella nostra avventura perché oltre alla stalla o alle serre che ci procurano carne e ortaggi, possiamo sviluppare altri oggetti utili.
Al ranch, infatti, possiamo produrre ogni genere di consumabile dalla polvere da sparo fino all’acqua o i rottami. Costruendo gli edifici corretti, dunque, saremo in grado di produrre scorte praticamente infinite di cibo, bende, munizioni ed esplosivi che saranno fondamentali per sopravvivere nelle aree di esplorazione.
Di contro, però, questa meccanica non ha nulla di innovativo e mostra il fianco a una eccessiva semplificazione nella produzione di risorse. Sarà, infatti, sufficiente aggiungere alla coda il massimo dei materiali possibili e, in pochi minuti, avremo estratto un gran quantitativo di risorse che ci basteranno per buona parte dell’avventura. Inoltre, estrarre questi materiali in molti casi non comporta nemmeno il consumo di risorse, rendendo dunque possibile “farmare” a oltranza elementi come l’acqua o il legno. Le risorse saranno necessarie soltanto per cose più elaborate come la produzione di carne e ortaggi che richiede acqua o la creazione di assi di legno per cui, appunto, dovremo possedere la materia prima.
I Hate This
L’aspetto sotto il quale I Hate This Place si apre maggiormente alle critiche è, senza dubbio, quello tecnico. Purtroppo, infatti, nelle quasi dieci ore che abbiamo impiegato a concludere l’avventura di Elena su PlayStation 5 Fat abbiamo riscontrato una miriade di problematiche di ottimizzazione. Su tutte, quella più grave è certamente legata a un frame rate molto instabile che, in parecchie occasioni, porta il gioco a “scattare” vistosamente.
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Questo avviene soprattutto durante l’esplorazione in notturna in alcune zone come la palude, ricche di nemici e di effetti come l’acqua o i pontili sommersi che vanno a incidere pesantemente sulle performance di I Hate This Place. I cali di frame, però, si verificano anche durante le missioni principali nelle aree dei bunker o dei laboratori e quando si carica la partita, quindi nel momento in cui il mondo di gioco viene di fatto generato. Certo, siamo sicuri che queste criticità siano tranquillamente risolvibili con una serie di patch incentrate sulla stabilità, ma attualmente risultano piuttosto evidenti.
Inoltre, durante la nostra avventura nei panni di Elena ci siamo imbattuti in alcune problematiche tecniche più gravi. I Hate This Place, infatti, ha alcune aree all’interno delle quali la protagonista dovrà vagare in uno scenario quasi onirico per scoprire il segreto che si nasconde dietro a un brutale omicidio. All’interno di queste aree, la ragazza dovrà sfruttare la torcia per farsi strada lungo i misteri di questa zona e rivelare il colpevole. Tuttavia, ci è capitato che entrando nell’ultima di queste fasi venisse erroneamente caricata un’area già risolta in precedenza, senza però che ci fosse data la possibilità di raccogliere la torcia per proseguire. Il problema si è risolto semplicemente caricando l’ultimo salvataggio e rientrando nell’area che questa volta è stata caricata in modo corretto, ma comunque risulta una criticità piuttosto seria.
Infine, segnaliamo anche una serie di problematiche collegate ad animazioni non troppo fluide, cutscene che non si caricano come dovrebbero o presentano musica fuori sincronia, dialoghi sovrapposti e altri disastri tecnici di minore rilevanza. Se li aggiungiamo a un abuso di jump scare, fin troppo casuali per spaventare effettivamente il giocatore e una generica legnosità nel combat system, possiamo concludere che I Hate This Place è ancora troppo acerbo per potersi considerare un buon titolo.
Conclusioni
I Hate This Place è un survival horror con visuale isometrica che non inventa nulla, ma si limita ad attingere a piene mani da altri titoli del genere, creando una formula che funziona, ma senza mai osare. L’aspetto narrativo è anche piuttosto interessante ed è stato piacevole addentrarsi nei meandri di questo mistero infarcito di sette, mutanti ed esperimenti sfuggiti di mano, ma le troppe incertezze sul comparto tecnico non possono far altro che abbassare drasticamente il voto finale. Tuttavia, la valutazione rimane comunque sufficiente proprio perché il titolo ha potenziale e, con una buona dose di patch correttive, potrebbe diventare un buon esempio di b-movie videoludico.
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