Megacon Torino: quando una fiera più piccola riesce ancora a farti sentire nerd
Un weekend tra videogiochi, fumetti, artisti e nostalgia. Ma anche l’occasione per riflettere su un panorama fieristico sempre più omologato.
Domenica 11 ottobre sono passato al Megacon Torino, la nuova tappa piemontese del circuito di fiere dedicate a fumetti, videogiochi e cultura pop, ospitata negli spazi dello Scalo Eventi Torino. Una visita che mi ha lasciato una sensazione piuttosto piacevole, soprattutto per un motivo: per una volta, non ho avuto l’impressione di dover sopravvivere alla fiera, ma semplicemente di potermela godere.
![]()
Negli ultimi anni, infatti, sembra che molte manifestazioni nerd abbiano imboccato la stessa strada. Cambiano i padiglioni, cambiano i loghi, ma la ricetta è spesso identica: grandi ospiti, nomi già visti, concerti affidati ai soliti interpreti delle sigle televisive e un’area commerciale che finisce per occupare il centro della scena. Non c’è nulla di sbagliato nel puntare sulla nostalgia, naturalmente, ma quando ogni evento sembra la fotocopia del precedente diventa difficile trovare qualcosa che lo renda davvero riconoscibile.
Megacon, almeno nella mia esperienza, ha avuto il merito di offrire una dimensione più raccolta e vivibile. L’affluenza, inferiore a quella dei grandi appuntamenti più conosciuti, ha permesso di muoversi agevolmente tra gli stand, curiosare senza essere trascinati dalla folla e fermarsi davanti a ciò che attirava davvero l’attenzione. Una sensazione che mi ha riportato alle fiere di tanti anni fa, quando andare a un evento significava anche perdersi un po’ tra i corridoi, senza dover pianificare ogni spostamento come una spedizione organizzata.
![]()
Anche il programma di domenica ha proposto diversi nomi conosciuti: dal concerto di Cristina D’Avena agli incontri dedicati alla Melevisione, con Lorenzo Branchetti e Danilo Bertazzi, passando per il Dub Show con doppiatori come Emanuela Pacotto, Patrizio Prata, Debora Magnaghi, Elisabetta Spinelli e Davide Garbolino. Non sono mancati neppure gli appuntamenti con i Playerinside.
Insomma, anche qui ritroviamo alcuni ingredienti ormai classici del settore, ma il contesto più contenuto ha contribuito a rendere l’esperienza complessivamente più rilassata.
![]()
Il problema degli stand: nostalgia sì, ma a quale prezzo?
Se c’è un aspetto che continua a lasciarmi perplesso, invece, è l’offerta commerciale. Girando tra i banchi, la sensazione è quella di trovarsi davanti a un catalogo ormai fin troppo familiare: carte Pokémon, gadget, action figure e retrogame. Nulla di sorprendente per una fiera di questo tipo, ma anche poca voglia di distinguersi.
Il discorso diventa ancora più spinoso quando si passa ai prezzi. Quante volte, davanti a un vecchio videogioco, mi sono chiesto perché dovrei acquistarlo in fiera a una cifra sensibilmente superiore a quella che posso trovare online? Piattaforme come eBay e Vinted hanno reso il mercato dell’usato accessibile a chiunque, permettendo di confrontare quotazioni, condizioni e disponibilità in pochi secondi.
![]()
Un tempo la fiera poteva essere il posto in cui scovare l’occasione, quel gioco dimenticato o quel pezzo da collezione a un prezzo interessante. Oggi, invece, capita di pagare il biglietto d’ingresso per ritrovarsi davanti a prodotti che costano anche il doppio rispetto alle alternative reperibili online. Certo, un venditore sostiene spese e deve guadagnare, ma questo non rende automaticamente conveniente qualsiasi prezzo. Se devo pagare di più soltanto per comprare qualcosa che potrei trovare comodamente da casa, dov’è il valore aggiunto della fiera?
![]()
Artist Alley e videogiochi: ecco cosa vorrei vedere di più
La nota più positiva arriva dalla cosiddetta Artist Alley e le “autoproduzioni”, che occupava una porzione davvero significativa dello spazio espositivo, circa il 35% secondo la mia impressione. Una scelta che ho apprezzato particolarmente: illustrazioni, progetti personali e creatività hanno dato alla manifestazione un’identità più interessante rispetto alla semplice successione di bancarelle commerciali.
![]()
Bene anche l’area dedicata ai videogiochi, con postazioni accessibili gratuitamente al pubblico e la possibilità di sedersi a provare titoli vecchi e nuovi. È un modo concreto di ricordare che la cultura videoludica non è fatta soltanto di oggetti da acquistare, ma soprattutto di esperienze da condividere. L’offerta ufficiale comprendeva anche cabinati arcade e postazioni gaming liberamente giocabili.
Sono proprio questi gli spazi che vorrei vedere valorizzati maggiormente nelle fiere italiane: occasioni per scoprire, sperimentare e incontrare persone che condividono le nostre passioni, senza che tutto debba necessariamente ruotare attorno al portafoglio.
![]()
Una fiera piccola, ma con qualcosa da dire
Megacon Torino non rivoluziona il panorama delle fiere nerd italiane e non è esente da quelle dinamiche che ormai conosciamo bene. Anche qui troviamo ospiti celebri, concerti nostalgici e un’offerta commerciale che, almeno in parte, sembra riproporre la stessa formula vista altrove.
Eppure, nella sua dimensione più contenuta, ho trovato qualcosa che altrove mi capita sempre meno di percepire: la possibilità di visitare una fiera con calma, guardarmi intorno e godermi gli spazi senza sentirmi parte di una folla in movimento.
![]()
Forse è proprio questa la lezione che gli organizzatori dei grandi eventi dovrebbero ricordare: non sempre più grande significa migliore, così come non basta mettere insieme una lista di ospiti famosi per rendere memorabile una manifestazione.
A volte basta lasciare spazio alla passione, alla creatività e al piacere di esserci. Megacon Torino, almeno nella domenica che ho trascorso tra i suoi stand, mi ha ricordato quanto possa essere piacevole tornare a vivere una fiera in questo modo. Adesso non resta che sperare che, nelle prossime edizioni, questa identità venga preservata e che anche gli espositori tornino a offrire qualche motivo in più per acquistare in fiera anziché online.
Perché la nostalgia è bella, ma un buon affare lo è decisamente di più.