Pubblicato il 10/10/24 da Luca Dedei

Copycat – Recensione

Una triste storia di gatti e vecchiette.
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Dando un primo sguardo alle immagini promozionali di Copycat, salta subito alla mente l’idea di essere un titolo piuttosto malinconico. Avviando il gioco arriva subito la conferma con un messaggio a schermo:

Copycat fa leva su temi sensibili come trauma familiare, abbandono e altri complessità emotive[…]

Tempo dunque di tirare fuori i fazzoletti per asciugarci le lacrime?

Copycat – Gatti e anziani, l’accoppiata vincente per le lacrime.

Il titolo, un’avventura narrativa sviluppato dal piccolo team di Spooful of Wonders, ci catapulta subito nel punto di vista di un’anziana signora, Olive, all’interno di un gattile intenta a scegliere il futuro nuovo piccolo membro della sua famiglia, sempre più ristretta. Una volta selezionato uno dei gatti a discrezione del giocatore, con un’ambigua affermazione “è lei” aperta a diverse interpretazioni iniziali, Olive avrà un piccolo mancamento dal quale però si riprenderà subito. La signora anziana è anche malata. Meglio prenderli davvero i fazzoletti…

Da qui in poi prenderemo il punto di vista della gatta, che prenderà il nome di Dawn, la quale però non sembra proprio essere così volenterosa di vivere in una casa, tutt’altro. Scopriremo infatti che la gatta è già stata abbandonata più volte e non si fida più degli umani. Ok, i fazzoletti sono pronti.

How to Cat.

Ora che il gioco è ufficialmente iniziato, vestiremo completamente i panni di Dawn potendola muovere in giro per la casa, visualizzando i suoi pensieri sotto forma di scritte in aria e potendo seguire (quello che deduco sia) l’istinto felino sotto forma di una scia che ci condurrà nei punti di interesse per proseguire con la narrazione.

Nonostante, quindi, avremo una sorta di libertà di movimento per esplorare la casa e fare “cose da gatto” in realtà saremo limitati nel seguire quella che è praticamente una freccia per una trama completamente lineare, con alcuni segmenti dove non potremo fare altro che muovere l’analogico in avanti per muoverci, semplicemente per dare un finto senso di interazione.

E quindi quali sono le cose da gatto disponibili quando possiamo avere un minimo di libertà? Essere infami, a quanto pare.

Non c’è alcun motivo per cui un gatto dovrebbe avere così tanto rancore.

I pensieri di Dawn infatti la porteranno a compiere diversi atti molto più che dispettosi per essere fatti da un gatto forse un po’ troppo diffidente, quasi cercando di umanizzare la creatura in un tentativo di creare un clima di emotività quando arriverà il momento di subire le conseguenze.

Saremo costretti a fare questi “atti di disprezzo” spinti dai pensieri di Dawn che, dopo aver visto un documentario su un ghepardo che inizierà spronarlo a diventare un gatto selvatico (tipiche cosa da gatto, no?), inizieranno a prendere anche la forma sonora della voce di un documentarista, diventando sempre più fastidiosi a lungo andare, con il jingle del documentario che piano piano diventerà un presagio di qualche situazione sgradevole o fuori luogo in una narrazione che vuole cercare di essere emotiva e drammatica. Purtroppo, è ora di riporre i i fazzoletti nel cassetto (o ovunque li teniate).

E parlando quindi della narrazione, una volta che ci saremo, purtroppo, completamente distaccati empaticamente da Dawn a causa dei suoi pensieri sempre meno condivisibili, questa inizierà a diventare veramente sempre più tragica. Tra il peggioramento della malattia, una figlia che non ci vuole e la comparsa dell’effettivo Copycat citato nel titolo, con situazioni generali e azioni commesse dai personaggi un po’ troppo forzate in un tentativo di arrivare al triste plot twist, che non vi dirò per evitare spoiler in un titolo che dura cierca 3 ore, e che dunque anche solo una breve spiegazione rischia di rivelarne l’intera storia.

WOO!

Copycat – Buona idea, pessima esecuzione.

Il problema di Copycat è che il titolo prova forse fin troppo a cercare di portare malinconia e dispiacere, causando però l’effetto opposto per via di diverse dinamiche forzate, sia a livello narrativo che di gameplay, che non faranno altro che distaccare lo spettatore allontanando l’immedesimazione.

 

E tutto ciò lo scrivo con enorme dispiacere, perché si vede che c’era un obiettivo, la voglia di raccontare una storia, l’intento di creare un gioco immersivo grazie a un’estetica piacevole (per quanto graficamente non eccellente) e delle buone atmosfere. Un titolo che si perde spiacevolmente in un buco nell’acqua, con una finta scelta nei dialoghi che non porteranno alcun cambiamento di una trama che risulta così, non solo troppo lineare ma anche frustrante, e con dei minigiochi che, se da un lato aiutano a spezzare il lento ritmo del gioco, purtroppo il risultato della vostra esecuzione non influirà in alcun modo l’esito delle situazioni.

E dire che sembra così facile creare una storia triste con una vecchietta malata e un gatto abbandonato…

  • Ambientazione carina
  • Ottimo concept
  • Varietà di minigiochi

 

  • Narrazione troppo forzata
  • Tecnicamente instabile
  • Movimento grezzo
  • Le scelte non influenzano in alcun modo la trama
  • I don't want a cat, I want a computer

 

Kimer - Biografia

Eterno studente, perché la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perché so di non sapere niente.

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