Sviluppato e pubblicato dalla sviluppatrice indipendente NikkiJay, Quantum Witch è all’apparenza un semplice platform realizzato in una pixel art deliziosa e dallo stile accattivante. Ma come sempre tutto non è come sembra: dietro questa facciata, si nasconde una produzione incentrata fortemente sul narrare una storia, che è su molti aspetti, una vera e propria parodia di esperienze vissute dalla sua creatrice, che in giovane età si ritrovò a fuggire da una folle setta in cui era stata trascinata dalla sua stessa famiglia.
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Una pastorella e tante scelte
In Quantum Witch vestiremo quindi i panni di Ren, una pastorella carismatica che vive felicemente con Tyra, sua compagna e ragione di vita. La nostra avventura inizierà cercando alcune pecore smarrite nelle zone limitrofe a casa, per poi trasformarsi in un inaspettato viaggio tra multiversi, fatto di importanti scelte che dovremo intraprendere per ottenere diversi finali e utili a salvare il mondo…forse.
L’avventura ci porta quindi ad esplorare ambienti bizzarri, a scoprire i segreti del villaggio di Hus, una vera e propria utopia tutta al femminile e dei multiversi stessi. Tutto mentre incontriamo personaggi eccentrici, scritti e caratterizzati con dovizia (e alcuni saranno vere e proprie citazioni a personaggi videoludici importanti, si veda un certo PacMan) mentre utilizziamo l’abilità quantistica di Ren: un potere che le consente di “avvicinare” gli elementi sullo sfondo per sfruttarli, camminarci sopra e raggiungere zone che precedentemente ci erano precluse. Questa sarà infatti l’unica skill particolare che la nostra protagonista sarà in grado di utilizzare e che di certo non brilla per originalità, ma che comunque nel contesto di un gioco che fa della narrazione il suo punto di forza, asservendo il gameplay ad esso, funziona decisamente bene donando la giusta profondità ad un sistema di gioco che altrimenti sarebbe abbastanza piatto.
Il cuore dell’esperienza, però, sta nelle scelte: ogni decisione può accorciare o allungare la durata del gioco — da pochi minuti a diverse ore — e condurre a finali radicalmente diversi. Chi sopravvive, cosa succede a Hus, e persino il tono generale della narrazione, cambiano. Il sistema di checkpoint facilita la rigiocabilità, ma non è disponibile da subito, né sbloccabile al secondo giro: bisogna insistere e fare più run per poter vedere tutto ciò che questa piccola produzione ha da offrire.
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Struttura narrativa e trauma rielaborato
Quantum Witch è infatti pensato per essere giocato più volte: solo attraverso più run si ricompone il mosaico narrativo nella sua interezza, così come accade in numerosi titoli di questo genere. Contando che la durata media di una run è di due o tre ore, per ottenerli tutti non dovrete impiegare troppo tempo.
Importante però è ricordare che, come detto in introduzione, NikkiJay ha vissuto in prima persona un trauma legato a una setta, e ha dichiarato che la realizzazione di questo gioco l’ha aiutata a elaborarlo. Lo si percepisce chiaramente: la narrazione è fortemente satirica, con tratti che rasentano il no-sense, come se volesse sorridere di ciò che l’ha così profondamente segnata in passato. E in molti momenti, il gioco fa davvero ridere — i dialoghi sono spesso arguti, autoironici, inaspettatamente vivaci, con personaggi completamente folli, si vedano l’allegro scheletro che potrete trovare in una caverna o la setta composte da un gruppo di donne che venerano un enorme paralume rosa come fosse un messia.
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L’umorismo come metafora
Proprio questo umorismo però — paradossalmente così efficace — diventa anche uno dei punti deboli del gioco. Perché quando si entra nel vivo dei temi più pesanti, la leggerezza narrativa sembra impedire una connessione autentica.
Il tono resta comico, anche nei momenti più bui, e il contrasto — che forse dovrebbe generare disagio — finisce per diventare disorientante.
Un esempio chiaro arriva all’inizio del gioco: Ren può essere uccisa da un culto e riportata in vita… eppure reagisce con assoluta indifferenza. Nessuna riflessione, nessuna elaborazione: torna semplicemente a cercare le pecore. Perfino Tyra, sua moglie, può essere interpellata dopo la resurrezione ma la sola opzione concessa è regalarle un fiore. I dialoghi quindi risultano quindi un po’ troppo svagati e mancano di una profondità maggiore che avrebbero potuto rendere l’esperienza generale molto più riflessiva.
Il problema non è che l’approccio sia sbagliato — anzi, è chiaro che NikkiJay stia giocando con il concetto di “controllo narrativo” tipico dei culti: ti fanno sentire al sicuro, anche quando tutto va a rotoli. È una trovata brillante a livello meta, ma l’implementazione è spesso troppo frettolosa, troppo sfumata e non di immediata comprensione per incidere davvero.
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Il videogioco come terapia
Quantum Witch a conti fatti è un’esperienza molto interessante e singolare, soprattutto se si conosce la storia della sua sviluppatrice e il motivo per cui ha dato vita a questa produzione, che di per sé è uno sfogo in formato videoludico di forti traumi vissuti da lei in passato. Una sorta di escapismo, di confessione lasciata al pubblico di appassionati del media da un’altra appassionata, che al tempo si aggrappava ai videogiochi proprio per sfuggire al male che la setta in cui era finita per mano della sua stessa famiglia perpetrava nei suoi confronti. La dimostrazione, a riprova di chi spesso dice il contrario, che i videogiochi possono salvare l’anima e a aiutare a superare grandi difficoltà interiori… facendosi una sana risata.
Se invece voleste vivere un’avventura più inquietante vi ricordiamo sempre che pochi mesi fa è uscito l’intrigantissimo Urban Myth Dissolution Center.
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