Skate or die.
Ma stavolta, davvero.
Nel 2020, Activision aveva rispolverato con amore i primi due capitoli della saga di Tony Hawk, donando loro un lifting muscolare in UE4 e ricordandoci, pad alla mano, cosa significasse fluttuare su rail e half-pipe come se la gravità fosse solo un’opinione. Tony Hawk’s Pro Skater 1+2 era stato un ritorno trionfale, un wallride nel cuore dell’infanzia per chi aveva consumato i pollici sulla PS1. Il successivo passo era naturale: rifare il 3 e il 4, ovvero i giochi in cui la serie aveva smesso di essere arcade puro per diventare libertà controllata, creatività su quattro ruote, trick e tecnica al servizio di un flow che sfiorava la trance.
E invece, niente.
Silenzio.
Poi Activision viene comprata da Microsoft.
E la serie, come il punk, sembra morire giovane.
Ma ora, da un limbo fatto di rumor e richieste a gran voce, Tony Hawk’s Pro Skater 3+4 rinasce in una forma strana: non un titolo nuovo, non un vero seguito, non un remake “ufficiale”. Più che un gioco, è un tributo ricostruito a fatica con i pezzi di un passato che cede.
Grinding tra i frammenti
THPS 3+4 non arriva con la potenza comunicativa del reboot precedente. Niente campagne virali, niente dichiarazioni roboanti. Sembra quasi un progetto fatto uscire di nascosto da qualche producer nostalgico, come un mixtape inciso di notte nella sala prove. L’impronta di Vicarious Visions c’è, ma sfumata: molti membri chiave sono altrove, e il motore grafico – seppur ancora solido – comincia a scricchiolare sulle curve più complesse.
Il gioco propone le mappe iconiche di Tony Hawk’s Pro Skater 3 e 4: l’Aeroporto, la Foundry, la Los Angeles a più livelli, il College, Kona, la storica Alcatraz. Ogni stage è stato rimodellato, texturizzato con cura, eppure manca quell’effetto “wow” del reboot di 1+2. L’anima visiva è più sporca, più vissuta, forse persino voluta – ma non abbastanza audace da definirsi stilizzata.
Il gameplay, invece, è ancora una sinfonia meccanica: i manual, i revert, i trick chainati senza soluzione di continuità, i combo meter che urlano vendetta. È qui che THPS 3+4 brilla, come un vecchio skater che, salito sulla tavola, dimentica le ginocchia malandate e chiude un 900 con gli occhi chiusi. Il sistema è lo stesso: fluido, chirurgico, esigente ma permissivo. Uno zen punk sotto le dita.
La fine dell’era libera
Ma dove 1+2 celebrava il single-player con sfide chiare, sbloccabili, remix e gratificazioni continue, 3+4 inciampa nel ritmo. Il gioco adotta la struttura più aperta del quarto capitolo: niente timer, missioni più articolate, NPC da trovare. È la transizione verso l’open world che il brand non ha mai davvero saputo digerire. E oggi, nel 2025, quella scelta pesa. I livelli sembrano più vuoti, meno diretti. Il backtracking affatica. Il design anni 2000, con le sue mappe semi-aperte ma ancora non vive, viene a galla.
La colonna sonora è, come sempre, un manifesto: Bad Religion, Iron Maiden, Rage Against The Machine, ma anche tracce nuove, meno ispirate, quasi timide. Si sente la mancanza di una curatela sonora capace di raccontare una generazione. Tony Hawk’s Pro Skater era anche musica come identità. Qui, è più un rumore di fondo.
Tony Hawk’s Pro Skater è morto. Viva Tony Hawk’s Pro Skater.
Quello che resta è un gioco che sa di epitaffio, ma anche di testamento. Tony Hawk’s Pro Skater 3+4 è un ultimo regalo per chi c’era, una carezza ruvida fatta di cemento e nostalgia. Non è perfetto, non è nemmeno completo – mancano modalità, manca il sangue, manca l’impeto.
Ma c’è ancora quel momento, sempre lui: quando chiudi un trick impossibile, e senti il mondo fermarsi.
La gravità che si spegne.
Il flow che comanda tutto.
E in quell’attimo, Tony Hawk’s Pro Skater non è mai morto.
Cadi, sangue sulle ginocchia, ma risali, per un ultimo grande trick.
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Se però, come me avete amato la serie, e siete inguaribili nostalgici, vi consiglio la visione di questo bellissimo video di Manu The Death, collezionista, giocatore e skater da sempre!