Pubblicato il 21/11/25 da Fedro

DRAGON QUEST I HD-2D Remake [Recensione]

Il padre di tutti i JRPG è tornato
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Il primo Dragon Quest, uscito in Giappone su Famicom nel lontano maggio del 1986, è uno dei videogiochi più importanti della storia. Nato dalla fervida immaginazione di Yuji Horii – primo game designer di sempre a ricevere l’Ordine del Sol Levante, un’importante onorificenza conferita dallo stato nipponico – con artwork realizzati da Akira Toriyama e colonna sonora composta da Koichi Sugiyama, esso ha gettato le basi per il gioco di ruolo alla giapponese e ne ha definito i canoni alle fondamenta. Final Fantasy, Pokémon, Persona e tutte le serie che gli appassionati di questo genere hanno imparato ad amare nel corso degli anni derivano, per un motivo o per un altro, da questa gemma –  la quale a sua volta ha dato vita ad una saga che, al momento, conta undici capitoli rilasciati – partorita da una Enix che sulla soglia del ventunesimo secolo aveva tanta voglia di sperimentare.

Va detto però che giocato oggi, l’originale Dragon Quest I per molti potrebbe essere alla stregua di un pugno nelle gonadi: gli sprite dei personaggi in 8bit sono grezzi, le ambientazioni sono tutte composte da tileset identici, il combat system è da latte alle ginocchia da quanto è lento e la storia è di una banalità disarmante. Al di là di queste pungenti e sagaci provocazioni, va ricordato che un’opera va sempre e comunque contestualizzata nell’epoca del suo rilascio. L’effetto che la produzione fece al pubblico negli anni Ottanta fu infatti totalmente diverso rispetto ai giorni nostri; pochi altri titoli erano caratterizzati da un mondo da esplorare così vasto, ricco di grotte infestate da mostri, di città con personaggi con cui interagire per comprendere come proseguire con l’avventura e di battaglie impegnative da affrontare. In poche parole, i giapponesi e gli americani, ai quali, quest’ultimi, arrivò sotto il nome di Dragon Warrior con qualche miglioria a livello di grafica e di quality of life, vennero totalmente rapiti dalla creatura concepita in casa Enix.

Nel corso degli anni il primo Dragon Quest venne rifatto più volte: uscì una versione con grafica migliorata per Super Nintendo, venne rilasciato su GameBoy e in tempi più recenti anche per dispositivi mobile. Nessuno di questi “remake” però, più simili a dei porting esteticamente differenti, andava ad intaccare la sostanza del gioco, che manteneva di certo il suo status di pietra miliare dovuto alla sua importanza storica, ma che risultava, per tanti giocatori, troppo vetusto per essere realmente apprezzato e goduto.

Ma le cose sono cambiate. Sulla scia dell’ottimo Dragon Quest III HD-2D Remake, Square ha deciso di rendere giustizia e di ridare lustro anche al capostipite della serie, in una collection, che comprende anche il secondo capitolo, rilasciata il 30 ottobre 2025 su tutte le piattaforme di gioco odierne.

A differenza di altre recensioni che troverete sul web, abbiamo deciso di trattare Dragon Quest I e II in due articoli differenti: primariamente, perché entrambi i giochi sono degni di un’analisi più approfondita e a sé stante. Secondariamente, perché chi sta scrivendo deve ancora affrontare Dragon Quest II e vuole parlarvene con cognizione di causa. Tra l’altro se voleste godervi la run completa che ha portato alla realizzazione di questa recensione, potete dare un’occhiata a questa playlist dedicata a DQI sul canale TwoTimesnerd. Vi basta cliccare qui.

Fatta questa lunga premessa, nelle prossime righe ci immergeremo in quello che il remake del primo Dragon Quest ha da offrire. Alefgard ci attende ed è più bella che mai.

Un eroe, un cattivo e un mondo in pericolo [Trama]

Le premesse narrative di Dragon Quest I hanno sempre rappresentato i cliché classici del genere fantasy. Un giovane, discendente di un grande eroe del passato, giunge nel castello di Tantegel. Durante l’udienza con il re, scopre che la figlia – la principessa Gwaelin – è stata rapita e la Sfera della Luce – manufatto in grado di mantenere gli equilibri nel mondo di Alfegard – è stata rubata. Il colpevole è un essere malvagio che risponde al nome di Dragonlord, che si annida in un palazzo che sorge imponente su un isolotto antistante il regno in cui le malefatte sono state commesse. Il nostro protagonista parte quindi per un lungo viaggio, volto a salvare la principessa dalle grinfie del nemico,  recuperare l’artefatto in grado di riportare pace e stabilità e a sconfiggere il male.

Nel 2025 un canovaccio simile potrebbe far sorridere i più, considerando che negli anni la maggior parte dei JRPG ci ha abituato ad intrecci ben più complessi e articolati. Va anche detto che ai tempi le trame nei videogames erano più una cornice del gameplay che non la loro essenza principale, o perlomeno, non erano uno degli elementi che si tendeva a sviluppare maggiormente, proprio perché il medium ancora non era abbastanza maturo e puntava tutto sull’aspetto ludico e ben poco sul raccontare una storia.

Riproporre Dragon Quest I è stata quindi una grande sfida per il team di sviluppo, che ha dovuto ingegnarsi per trovare un escamotage per rendere interessante il più grande classico del passato sia per un pubblico di fan affezionati, sia per le nuove leve. Possiamo però dirvelo con grande gioia: il risultato è più che ottimo.

Dragon Quest I HD-2D remake sotto il profilo narrativo è infatti un gioco sostanzialmente nuovo, che però allo stesso tempo rimane profondamente fedele a sé stesso. Ogni singolo aspetto di trama è stato ampliato e modernizzato, sia per meglio collegarsi al rifacimento del terzo capitolo uscito nel 2024, sia per rendere più complete e intriganti una narrazione e una lore che nel 1986 erano appena abbozzate. Ora la principessa di Tantegel ha una storia alle spalle , una caratterizzazione convincente e non è più un mero personaggio non giocante da salvare e riconsegnare al padre come fosse un oggetto. Lo stesso eroe principale viene meglio introdotto, così come il Dragonlord, in una valanga di cutscene aggiuntive in cui impariamo a conoscerli e a comprendere le ragioni del loro agire. Sono stati aggiunti inoltre alcuni personaggi totalmente nuovi per dare più credibilità e ampiezza al contesto, come un gruppo di sedicenti eroi imbranati che capiterà di incontrare più volte durante il percorso o le guardie reali a protezione della principessa Gwaelin, che avranno una storyline tutta loro che verrà sviscerata mano a mano che il nostro viaggio proseguirà.

I più puristi potrebbero pensare che queste novità potrebbero minare alla fedeltà con l’originale, ma in realtà esse si incastrano benissimo nell’insieme senza snaturarlo, ma rendendolo solo più corposo ed emozionante. Il risultato è un gioco narrativamente più approfondito di Dragon Quest III HD-2D, che era quasi una riproposizione pixel perfect, solo svecchiata graficamente, della terza iterazione uscita nel 1989. Dragon Quest I ora ha una vera storia e dei veri eventi da vivere e in questa nuova veste riesce finalmente ad esprimere appieno ciò che voleva da sempre raccontare nonostante rimanga comunque un gioco dal racconto basato sui topoi comuni del genere che ad alcuni potrebbero sapere di già visto. Ma in realtà questa è solo la punta dell’iceberg, perché anche a livello di “giocabilità” sono state introdotte molte succose novità.

 

Un paladino solitario contro il mondo intero [Gameplay]

Nel primo Dragon Quest non vi era un party: l’eroe era un lupo solitario che doveva affrontare senza l’aiuto di nessuno tutte le avversità che avrebbe incontrato durante le sue peregrinazioni per Alefgard. Yuji Horii e il suo team al tempo optarono per questa scelta sia per ragioni di hardware, sia perché si erano ispirati a titoli occidentali come Ultima o Wizardry che prevedevano un solo personaggio che combatteva contro il mondo intero. In Dragon Quest I gli scontri, rigorosamente a turni, avvenivano 1 versus 1, ossia il personaggio principale contro un solo avversario, giusto per equilibrare il tutto e non rendere la sfida impossibile. Ora però non è più così: l’esperienza di gioco è stata rivista dalle fondamenta e l’eroe si troverà ad affrontare orde di nemici inferociti senza nessuno al suo fianco che gli dia manforte. Ovviamente il nostro beniamino sarà molto più potente che in passato e l’intera avventura è stata ribilanciata in modo da essere affrontabile in solitaria, sebbene alcune boss fight risultino ingiustamente punitive anche nella modalità “Missione Drago”, corrispondente alla difficoltà “Normale”. Importante sarà, in queste situazioni, usare al meglio e con intelligenza gli incantesimi e le tecniche apprese, ma soprattutto grindare a livelli maniacali, esattamente come accadeva nel rifacimento HD-2D di Dragon Quest III del 2024, cosa che ad oggi ad una buona fetta di videogiocatori potrebbe risultare un po’ vetusta. Per chi volesse evitarselo, esiste pur sempre la modalità Facile, denominata ” Missione Vampistrello” che permette anche di attivare l’invincibilità in battaglia, utile per chi desiderasse solo godersi la storia, anche se ci sentiremmo di sconsigliarla, considerando che va ad eliminare in toto ogni sfida e il concetto stesso di gioco di ruolo. Gli amanti del livellamento folle saranno invece felici di scoprire che il level cap è stato innalzato a livello 99 e non più al 30 come era nell’edizione originale.

Anche l’esplorazione è stata snellita e anche qui come in DQIII HD-2D, sarà possibile attivare a piacimento un indicatore che segnalerà il prossimo obiettivo da raggiungere sulla mappa di gioco, in modo da poter procedere più speditamente, senza dover interpellare ogni singolo abitante dei villaggi per capire dove sia necessario dirigersi. Inoltre sono state eliminate meccaniche che rendevano l’esperienza più tediosa del necessario, come le torce che si consumavano che servivano ad illuminare i dungeon – senza le quali era sostanzialmente impossibile proseguire – e le Chiavi che si rompevano dopo l’utilizzo. Qui ne avrete, fortunatamente, una per tipo e le potrete utilizzare all’infinito una volta che le avrete ottenute, andando a sollevare i giocatori da un peso di non poco conto. Peso sul quale addirittura il gioco stesso scherzerà ad un certo punto tramite le battute di un NPC specifico, rompendo la quarta parete ammiccando di prepotenza agli appassionati di lunga data.

Altro fattore positivo è legato alla longevità espansa in maniera notevole rispetto all’originale; per sconfiggere il Dragonlord e giungere ai titoli di coda saranno necessarie circa 18/20 ore, ossia il doppio rispetto al titolo originale per Nes/Famicom. La presenza di nuovi dungeon, nuove fight e nuovi eventi ha giovato non poco alla durata del titolo e ogni aggiunta risulta perfettamente incastonata in un quadro già perfetto in passato, che ora risulta molto più completo e pregno di contenuti succosi.

Una Alefgard più bella che mai [Grafica, Sonoro e Doppiaggio]

Dragon Quest I HD-2D Remake riprende totalmente lo stile grafico del remake del terzo capitolo, riciclandone assets, modelli in 2D dei personaggi non giocanti e texture delle ambientazioni. Ciò però non è assolutamente un male e, al contrario, conferisce una coerenza e una continuità stilistica tra tutte e tre le iterazioni della trilogia di Roto/Erdrick e il risultato è come sempre una gioia per gli occhi. Le città e la world map sono caratterizzate da colori vivaci e piacevoli, così come le grotte, con la loro oscurità perenne, riescono ad evocare un senso di mistero che invoglia ad esplorarne gli anfratti più reconditi. Degno di nota è anche il modello in pixel art del personaggio che regge la torcia nei luoghi bui, curato nei minimi dettagli e stupendo da vedere. Visivamente il titolo è quindi un vero e proprio gioiello e su Playstation 5 (versione da noi testata) gira che è una meraviglia, a 60fps costanti.

Ottima è anche la colonna sonora orchestrale che fa uso, come accade in altri capitoli della serie, delle tracce della Symphonic Suite eseguite dalla Tokyo Metropolitan Orchestra. Il tema che si sente quando si passeggia per le città è molto rilassante, così come la storica “Battle Theme” che riesce ad esprimere a pieni voti la pericolosità del conflitto con i mostri in cui l’eroe si imbatterà nel corso del suo tortuoso cammino e che in versione sinfonica risulta molto più piacevole rispetto alla sua controparte in 8bit.

Presenti anche qui i doppiaggi in lingua giapponese e inglese per le cutscene di trama più importanti. Su quello nipponico non possiamo che tessere lodi, essendo di buonissima fattura mentre su quello inglese il giudizio è sospeso non avendo avuto il piacere e l’occasione di ascoltarlo.

A conti fatti comunque, Dragon Quest I HD-2D Remake  audiovisivamente è eccellente e allo stesso livello del rifacimento del terzo capitolo realizzato con il medesimo stile grafico.

Un remake che attualizza e non snatura un JRPG fondamentale [Conclusioni]

Senza tanti giri di parole, Dragon Quest I HD-2D Remake è un perfetto manuale su come un remake fedele debba essere realizzato. Questa riproposizione svecchia, attualizza e migliora sotto tutti i punti di vista un gioco fondamentale che ha gettato le basi di un genere videoludico ad oggi amato da milioni di persone e rappresenta un’occasione imperdibile per recuperarlo. Le corpose aggiunte di trama, il gameplay migliorato grazie alle numerose quality of life introdotte e l’irresistibile stile HD-2D lo rendono un mustplay per tutti gli appassionati di giochi di ruolo made in Japan, a patto che riescano ad accettare qualche sfida con qualche boss esageratamente impegnativo e delle sessioni di grinding discretamente lunghe. Narrativamente non siamo sicuramente ai livelli di un Persona 5 o di uno Xenoblade Chronicles qualsiasi, ma il canovaccio, seppur classico, grazie a tutte le novità, riesce a coinvolgere e a tenere incollati, sebbene anche in questo caso, l’essenza di Dragon Quest I risiede principalmente nelle parti giocate.

A breve, come promesso, parleremo anche del rifacimento di Dragon Quest II ma possiamo assicurarvi che già solo il primo capitolo vale singolarmente l’acquisto di questa collection che li comprende entrambi e che vi permetterà di gustarvi e di toccare con mano le origini di una saga di JRPG amatissima, ma anche di scoprire da dove Final Fantasy e altre saghe blasonate hanno tratto le loro ispirazioni.

Perché potranno dirvi qualsiasi cosa, ma senza Dragon Quest I il mondo dei videogames oggi non sarebbe lo stesso.

 

  • Dragon Quest I è l'origine del JRPG
  • Aggiunte di trama imponenti che non snaturano il materiale di origine ma lo migliorano e completano
  • Gameplay snellito da numerose quality of live
  • Audiovisivamente una perla
  • Longevità aumentata di almeno dieci ore rispetto all'originale

 

  • Alcune boss fight sbilanciate e ingiustamente punitive
  • Sessioni di grinding che per alcuni potrebbero risultare eccessive
  • Chi non ama le esperienze troppo classiche rischierà di annoiarsi

 

Fedro - Biografia

Amante del panorama videoludico sin dalla tenera età, ama scriverne e narrarne le storie. È anche content creator e titolare del canale YouTube "TwoTimesNerd".

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