Pubblicato il 03/09/26 da Ninja Warrior

Defender of the Crown: The Legend Returns – Lunga vita al Re

Nel Dojo si impara a combattere; prima o poi, però, bisogna anche imparare a conquistare un regno.
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Defender of the Crown lo faceva già nel 1986: Cinemaware mescolava strategia, assedi, tornei, duelli e damigelle da salvare in un gioco che voleva mostrare cosa potesse fare un Amiga quando qualcuno decideva di trattarlo quasi come una macchina per lo spettacolo. Non era certamente lo strategico più profondo mai concepito, ma aveva un’ambizione chiarissima: farci sentire dentro un’avventura medievale, passando continuamente dalla mappa del regno al campo di battaglia.

Quarant’anni dopo il futuro è ovviamente altrove; Defender of the Crown: The Legend Returns, però, ha l’intelligenza di non comportarsi come se questo fosse necessariamente un problema.

Il ritorno del re

Prima di arrivare al remake bisogna spendere qualche parola per l’originale, anche perché Black Tower Basement ha avuto la buona idea di inserirlo direttamente nel pacchetto.

La modalità Retro permette quindi di tornare al Defender of the Crown del 1986 praticamente nella sua forma originale: conquista territoriale, assedi con la catapulta, tornei a cavallo, combattimenti e incursioni nei castelli. Oggi è inevitabilmente un gioco figlio del proprio tempo e la componente strategica mostra chiaramente la sua età; basta però passarci nuovamente qualche minuto per capire perché sia rimasto così impresso nell’immaginario dell’Amiga.

Cinemaware trasformava azioni relativamente semplici in piccole scene spettacolari; ritrovarle qui non è soltanto un piacevole extra nostalgico, ma permette soprattutto di mettere immediatamente passato e presente uno accanto all’altro.

E il confronto rende ancora più evidente quanto sia riuscito il lavoro fatto con Classic.

Quarant’anni, portati bene

La modalità Classic è il cuore di The Legend Returns e, per quanto mi riguarda, anche la ragione principale per cui l’intera operazione funziona così bene.

Black Tower Basement non ha cercato di trasformare Defender of the Crown in uno strategico moderno pieno di sistemi e sottosistemi; ha mantenuto quella particolare alternanza tra conquista territoriale e sequenze d’azione, intervenendo dove serviva e lasciando respirare tutto il resto.

La nuova veste grafica trova un ottimo compromesso tra sensibilità moderna ed estetica retrò: non imita servilmente i pixel dell’Amiga, ma nemmeno li sostituisce con qualcosa di estraneo. Personaggi e ambientazioni appartengono ancora allo stesso immaginario; semplicemente, quarant’anni dopo possono permettersi di essere molto più belli.

Lo stesso equilibrio si ritrova nel gameplay. Tornei, assedi, combattimenti e conquista della mappa conservano una semplicità che oggi potrebbe sembrare anacronistica; complicarli soltanto per renderli più moderni, però, avrebbe probabilmente significato perdere il senso dell’operazione.

Classic centra il bersaglio proprio qui: capisce quanto può cambiare prima di diventare un altro gioco.

Non nasconde i quarant’anni trascorsi e non prova nemmeno a farlo; prende Defender of the Crown, lo rende nuovamente piacevole da giocare e lascia intatto quel particolare miscuglio di strategia e azione che lo aveva reso riconoscibile.

Era esattamente ciò che chiedevo a questo remake.

Un altro regno

Poi arriva Kingdom e succede qualcosa di curioso: la modalità che prova maggiormente a reinterpretare Defender of the Crown è anche quella che mi ha convinto meno.

Meno, però, non significa poco.

Kingdom è ben realizzata e soprattutto ha un’ottima estetica; introduce mappe procedurali, dadi, abilità e una progressione più contemporanea, prendendo la vecchia struttura e provando a portarla altrove. Ha una propria identità e abbastanza idee da giustificare la sua presenza; allo stesso tempo, rimane difficile scrollarsi di dosso la sensazione che sia qualcosa di aggiunto a un pacchetto che aveva già trovato il proprio centro.

Perché Classic aveva già risposto alla domanda più interessante: come riportare Defender of the Crown nel presente senza snaturarlo?

Kingdom si chiede invece cosa succederebbe adattando quella formula a strutture più contemporanee; la risposta è piacevole, curata e anche molto bella da vedere, ma personalmente l’ho trovata meno interessante del remake vero e proprio.

C’è quindi un piccolo paradosso: la modalità che cambia di più finisce per farmi apprezzare ancora maggiormente quella che ha avuto il coraggio di cambiare meno.

Sentenza

Defender of the Crown: The Legend Returns avrebbe potuto limitarsi a lucidare un monumento dell’era Amiga e venderci un altro biglietto per il museo della nostalgia; invece mette insieme originale, remake e reinterpretazione, lasciandoci decidere quale regno conquistare.

Retro conserva il 1986 e ci permette di capire da dove siamo partiti; Kingdom prova una strada differente e, pur essendo la parte che ho apprezzato meno, rimane un’aggiunta curata e piacevole.

Ma è Classic a vincere il torneo: aggiorna ciò che serve, trova una splendida veste grafica a metà strada tra passato e presente e, soprattutto, non sente il bisogno di correggere Defender of the Crown per giustificarne il ritorno.

Non tutti i classici hanno bisogno di essere reinventati; alcuni hanno semplicemente bisogno di qualcuno che sappia rimetterli sul campo di battaglia.

Il Dojo approva. Lunga vita al re.

  • ottimo remake
  • l'originale è ancora fantastico
  • quando capisci come funziona lo ami di più

 

  • adatto ai soli nostalgici
  • la modalità Kingdom non è fantastica
  • meglio giocarlo con mouse e tastiera

Ninja Warrior - Biografia

Nel Dojo ci si inchina, si combatte e ci si perfeziona, fino ad essere la lama che fende la notte...

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