Pubblicato il 01/02/20 da Luca Mandara

Shenmue III

Un gioco giusto nel momento sbagliato

Shenmue III – Le Origini della saga

Come si è arrivati a Shenmue III?
1999 in Giappone, fine 2000 per noi occidentali. Eravamo nel pieno della cosidetta “Golden Era” videoludica.

A quei tempi io come altri frequentatori del negozio di videogiochi d’importazione della mia città, eravamo dei forti sostenitori della Dreamcast, una console da veri Hardcore Gamer, una Naomi a tutti gli effetti, il che era ed è ancora oggi tutto dire, per chi ne mastica di cabinati.

La concorrenza doveva ancora fare le sue mosse e Sega stava momentaneamente dominando il mercato, perlomeno a livello tecnico.

Ed è in questo periodo che Yu Suzuki, il padre dei più famosi e giocati titoli arcade degli anni ’80/’90 (Outrun, Space Harrier, Virtua Cop e Virtua Fighter, per citarne alcuni), se ne uscì con un titolo che era originale e decisamente innovativo. Un titolo che rappresentava lo stato dell’arte, visivamente così come tecnicamente.

La vita ai tempi del catodico

Quel titolo era Shenmue, un gioco ambientato negli anni ’80, quando ancora non faceva trend rievocare quella decade. Shenmue racconta la vita di Ryo Hazuki, un giovane ragazzo della provincia Giapponese, che parte per un viaggio alla ricerca di vendetta e di risposte sulla sua famiglia dopo che suo padre, nonché maestro di arti marziali, viene brutalmente ucciso da un misterioso uomo con un marcato accento cinese.

E così ci ritroviamo ad affrontare una cosa che non si era mai vista prima in un videogioco: la vita quotidiana, fatta di spese, tempo che passa e che non basta mai, problemi di comunicazione col prossimo, chiamate rigorosamente da telefono fisso o cabina telefonica componendo i numeri uno dopo l’altro, appuntamenti e lavori part time.

Insomma, dovevamo fare i conti con quello che è sempre stato a tutti gli effetti uno spauracchio ludico, il fattore che un videogioco dovrebbe non solo evitare, ma anche far dimenticare: la monotonia del quotidiano.

E Yu Suzuki, inspiegabilmente, riusci a far diventare queste cose appassionanti.

Vi giuro che in cuor mio non riesco bene a spiegare come o perché… quelle azioni erano non solo necessarie, ma parte fondamentale dell’avventura in quanto avevamo uno scopo, e non solo non ci pesava svolgerle, ma anzi eravamo spronati a farle con gusto.

Shenmue – La rivoluzione

Graficamente Shenmue era il giro di boa al quale tutta l’industria puntò con l’allora nuova generazione. Tecnicamente, oltre allo stile di gameplay unico nel suo genere, Shenmue brillò con innovazioni del calibro dell’allora definito “Quick Time Event”, meccanica ormai all’ordine del giorno in praticamente ogni action disponibile nel mercato. “Open World” è un altro termine che venne coniato poco dopo, e le basi per quel termine furono buttate proprio da Shenmue, un gioco che non aveva neanche la mappa, e ci costringeva a basare il nostro orientamento sui punti di riferimento ambientali così come accade (o accadeva) in un periodo pre google maps su smartphone, nella realtà. E via via che passavano i giorni, queste meccaniche ci insegnavano la vita quotidiana di Yokosuka e dei suoi abitanti, tutti diversi, tutti unici e particolari.

Quel titolo vantava inoltre una colonna sonora orchestrale che oggi è data quasi per scontata, ma allora vi assicuro che non lo era. Anzi si poteva dire che Dreamcast fosse la prima a poter vantare una riproduzione musicale simile nei suoi titoli.

Shenmue era questo. Era una ventata d’aria fresca ambientata in un periodo passato da appena 10 anni, che non sapeva di retrò, sapeva solo di “qualche anno fa”.

Tutto questo rendeva Shenmue un gioco “vivo”. Pad alla mano giurerei di aver sentito perfino l’odore delle strade di quella cittadina.

Ryo Hazuki
Ryo Hazuki, un semplice ragazzo Giapponese

Nonostante questi ottimi presupposti e la critica più che positiva, Dreamcast è una console che restò comunque di nicchia, perciò il bacino d’utenza del titolo era di partenza molto piccolo. Inoltre, i costi per creare un titolo di così pregiata fattura si erano dimostrati davvero molto alti, quindi il destino di Shenmue, similmente a quello del suo protagonista Ryo, non fu roseo, anzi.

Lo stesso valse per il suo seguito Shenmue II, nonostante quest’ultimo venne poi riproposto sulla più commerciale Xbox con allegato un ottimo film riassuntivo creato con le cutscene del primo.

I costi erano elevatissimi, i guadagni molto pochi, e il titolo di Yu Suzuki prevedeva qualcosa come 16 capitoli per dirsi concluso (diventati poi 11 in una recente intervista a Suzuki).

Inevitabilmente il declino di SEGA coincise con l’abbandono del progetto, con delusione di moltissimi fan del titolo, che finì col perdere i propri riconoscimenti e il proprio valore storico. E questa forse, è la cosa più triste.

shenmue III recensione
Lan Di, in tutta la sua cattiveria

Shenmue III

E voi giustamente direte “ma io ero qua per una recensione di Shenmue III, che è sta pippa sulla storia di sta saga!?” beh… in effetti la recensione (peraltro più che tardiva) si è trasformata in editoriale forse proprio per la particolarità del titolo in questione. Ma andiamo con ordine.

Shenmue è un titolo storico ma abbandonato. Dimenticato. Quindi prima di affrontare (ben 18 anni dopo) il terzo inaspettato titolo della saga, dobbiamo a mio avviso ricordarci da dove parte, da quale contesto sopratutto. Dobbiamo ricordare cosa era ed è Shenmue.

Tornando al presente quindi (si fa per dire), ecco che rispunta nelle pagine d’informazione un nome del passato: Yu Suzuki.

Siamo al 2015 e sulla piattaforma di crowdfounding Kickstarter compare un titolo che fa sobbalzare l’intera rete: Shenmue III.

L’obiettivo è di 2 milioni di dollari. Lo raggiungono in sole 8 ore, diventando il target kickstarter più veloce della storia ad essere raggiunto.

Nel tempo Shenmue III diventerà poi il videogioco record per quel che riguarda il crowdfounding di genere su Kickstarter, raggiungendo quota 6,3 milioni, battendo il record precedente detenuto da Igarashi con Bloodstained (5,5 milioni).

Arriva infine il 2019. Shenmue III esce in tutto il mondo.

ryo e shenhua
Ryo e Shenhua escono dalla grotta, come esattamente come ricordiamo nel finale di Shenmue II

Eravamo rimasti, nel 2001 con Ryo e Shenhua all’interno di una grotta, dopo aver fatto una grande scoperta sul passato dei loro padri.

Come vi dicevo sono passati 18 anni per noi da quel momento, ma non per i protagonisti di questa storia, e a giudicare da come parte Shenmue III direi che neanche per Yu Suzuki sembrano essere passati 18 anni, il che sinceramente non sono ancora riuscito a capire se sia una cosa positiva o negativa.

Di una cosa però sono certo però, dopo appena un minuto da che ho avviato questo titolo, mi sono immediatamente reso conto che non è per tutti, e che in molti non solo non lo avrebbero capito, ma neanche minimamente apprezzato.

Questo perché Shenmue III di base è un titolo del 2001, facciamo 2003 (per mantenere la tradizione di un titolo ogni 2 anni). Ma senza dubbio non è un gioco del 2019. E questo sembra che Yu Suzuki l’abbia voluto incidere nella pietra in modo indelebile. La sua visione di questa saga era quella negli anni ’90, e non è minimamente cambiata.

Ne esce fuori quindi un titolo “vecchio” che, nonostante l’engine sia tra i più usati in circolazione (Unreal 3 e abbiamo visto cosa riesce a combinare con gli ultimi titoli di cui vanta la struttura portante), ha un comparto grafico che lascia molto a desiderare.

Shenmue 3 playstation 4
Una delle zone più belle di Shenmue III è forse il porto di Niaowu

Anche sul fronte ludico non ci siamo, il gioco è incastrato nel suo tempo di origine mentale (nella testa di Suzuki) e non si schioda minimamente di li.

Le meccaniche che erano innovative 20 anni fa, risultano ormai obsolete e legnose, ed impediscono la fruizione fluida e dinamica alla quale il giocatore di oggi è ormai abituato, grazie alla maggioranza dei titoli presenti sul mercato, che vantano un dinamismo sempre più incentrato sull’azione, anche solo registica (il che non è affatto detto che sia sempre positivo, sia chiaro).

PNG stupidi che ripetono sempre le stesse cose, modelli poligonali dalla qualità e dallo stile altalenanti, l’infinito e insensato “levellare” iniziale che fa demordere anche i più accaniti fan, i bug grafici, pezzi dell’ambientazione che “pop-uppano” improvvisamente perfino nella versione PC con un hardware più che sufficente, linee di dialogo al limite dell’autistico e un doppiaggio senz’anima sono solo i problemi più evidenti di questo titolo.

Poi le animazioni. Aaah le animazioni. Vi ho già parlato dell’elemento natuale chiamato “legno”, giusto? Ecco diciamo che ormai nel 2019, abituati a un’industria che ha fatto sua la tecnologia del motion capture evolvendola oltre quella cinematografica, vedere quelle camminate, quei loop d’animazione, quelle espressioni facciali… lascia avviliti.

Grottesco è il termine che a mio parere più si avvicina a una descrizione volutamente lapidaria di questo titolo. Ma questa è solo la superfice, giusto?

shenmue III recensione
L’ambientazione iniziale, col suo interminabile levellare

La Rivelazione

La domanda e il dubbio nascono spontanei: possibile che sia davvero così brutto? Non è che forse questo titolo è volutamente così?

Forse Shenmue III è effettivamente stato fatto nel 2003. E insieme a delle foto di modelle di playboy, una VHS di quando siamo andati in onda a TRL su MTV (giuro mi è successo davvero) e qualche giocattolo della nostra infanzia (che ancora tenevamo sulla scrivania con la scusa che “è da collezione”), lo abbiamo messo in una capsula del tempo che abbiamo sotterrato e che Yu Suzuki ha ritrovato e ha riaperto sotto i nostri occhi solo oggi.

Forse questo vecchio game designer che ha dato così tanto negli anni d’oro di questa industria (anzi addirittura prima, ai tempi delle sale giochi), vuole lanciare un messaggio.

Forse Shenmue III è un monito. Le parole di un vecchio saggio. Un invito. A prenderci il nostro tempo, a fare le cose con più calma (un po’ come questa “recensione”). Prima che ci scoppi il cuore a furia di caffè per stare svegli a coprire in live gli eventi trasmessi in streaming alle 3 del mattino.

Forse questo titolo non è solo una finestra su un mondo (Giappone nel primo, e Cina nel secondo e terzo capitolo) che ormai è completamente diverso e non esiste più. Ma è anche una finestra sul nostro passato. Come videogiocatori. Come persone.

Forse una volta avviato Shenmue III, devo dimenticarmi di avere 36 anni. Devo dimenticarmi di controllare lo smartphone ogni 5 minuti. Devo dimenticarmi di scrivere a tutti i costi cosa ne penso sui social, per stare sul pezzo altrimenti la community mi fagocita in favore del parere (rigorosamente un minuto prima dell’embargo) dato da un ragazzino che nel ’99 era ancora alla sua vita precedente.

Forse Shenmue III è questo. E io sono Luca, ho 24 anni, vado all’università ma vado ancora in giro col motorino truccato, ascolto Somewhere I Belong dei Linkin Park chiedendomi perché invece esiste roba come Chihuahua, guardo GTO durante l’anime night su MTV, e finalmente sto giocando il terzo capitolo della saga di Shenmue.

Pero poi mi rendo conto che il televisore che ho davanti è un gigantesco 4K, decisamente non un tubo catodico in 4:3. Mi accorgo che nelle mie mani c’è un Dualshock 4, non un controller della Dreamcast.

E allora penso: “Peccato. Per un attimo ci avevo creduto.”

 

Shenmue 3 pc
Il divertimento e le ore passate sui minigame restano invariati!

Poi l’altro giorno è uscito il DLC… di corse… a piedi… nel fango…

E mi rendo conto di aver perso tempo dando un senso troppo grande a qualcosa che forse, a quanto pare, non ce l’ha.

Gamer Dex - Biografia

Avatar
Sono Gamer Dex, dovreste conoscermi ormai.

Commenta questo articolo!