C’è un momento preciso, quando importi dal Giappone, in cui smetti di guardare l’oggetto che hai comprato e inizi a guardare il pacco.
Prima sei ancora nella fase romantica: foto, condizioni, prezzo, confronto mentale con l’Europa, “qui da noi costa il doppio”, “questa occasione non la rivedo”, tutte quelle bugie eleganti che ogni collezionista racconta a sé stesso prima di fare una scelta economicamente discutibile ma spiritualmente necessaria.
Poi arriva la spedizione.
E il romanticismo finisce su un pain train di chat, costi aggiuntivi e tracking della speranza.
Solo un Nintendo 64, dicevo
Nel mio caso tutto parte da una cosa molto più stupida: volevo recuperare un Nintendo 64 con una manciata di giochi, principalmente per vedere l’intro di Ocarina of Time sul mio tubo catodico. Tutto qui.
Non perché il Nintendo 64 sia sempre stata “la mia console del cuore”. Il mio rapporto con quella macchina è cambiato più volte negli anni: amore, distanza, rivalutazione, fastidio, nostalgia. Una console strana, scomoda, piena di spigoli; capace di momenti enormi e, allo stesso tempo, di restare per me un oggetto importantissimo ma difficile da collocare davvero. Non era un grande progetto di collezionismo. Non una missione filologica. Non l’ennesima scusa per costruire uno scaffale perfetto da fotografare. E soprattutto non una di quelle cose da infilare in una bara di plastica graduata, condannandola all’eternità sterile del “guarda ma non toccare”.
Volevo accendere un Nintendo 64, sentire quel silenzio prima della musica, vedere Link attraversare Hyrule a cavallo su uno schermo che non cerca di correggere il passato ma lo restituisce per quello che era: morbido, tremolante, imperfetto, vivo.
Da lì, naturalmente, parte il calvario. Perché il desiderio è piccolo, quasi innocente.
Il pacco no.
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La porta sul Giappone
JPFans sembrava la strada giusta. E non lo sembrava solo a me. Era uno di quei nomi che inizi a vedere girare spesso: video, creator, consigli, codici sconto, gente che mostra acquisti arrivati dal Giappone con quella naturalezza disarmante da “guardate che facile”. E sia chiaro: JPFans è una gran bella risorsa, permette di pescare dal mercato giapponese con una libertà che, fino a qualche anno fa, sembrava quasi fantascienza… Il problema è che “si può fare” non significa “sarà indolore”.
JPFans non è una scorciatoia magica, è una porta. Solo che, una volta aperta, dall’altra parte non c’è il paradiso del collezionista con spedizione gratuita e inchino del corriere.
C’è il pacco.
E il pacco ha fame.
Built-in battery, ovvero: dove cazzo stanno queste batterie?
Il primo schiaffo arriva con una dicitura meravigliosa: built-in battery.
Ora, io non stavo importando un laptop con la batteria gonfia, un drone militare o una torcia da minatore alimentata con il cuore di Chernobyl, volevo solo comprare una console e qualche gioco. Eppure, da qualche parte nel sistema, qualcosa aveva deciso che quella spedizione meritasse il trattamento speciale.
Traduzione: circa 270 euro di spedizione.
A quel punto non stai più valutando un costo, stai fissando la chat dell’assistenza che, con la serenità di chi non dovrà pagare quei soldi, ti sta dicendo: “i tuoi oggetti contengono batterie, stacce”. La cifra è folle, chiariamolo. Non fastidiosa, non un po’ alta, Folle. Tipo il quadruplo di una spedizione normale, ma la parte che la rende ancora più irritante è la nebbia intorno. Built-in battery è una formula perfetta perché sembra tecnica abbastanza da chiudere ogni discussione, però da cliente la domanda resta molto semplice: quale sarebbe il problema, esattamente? È una classificazione automatica? Un errore? Una cautela eccessiva? Un oggetto interpretato male? Un sistema che ha visto una batteria dove io vedevo soltanto il mio ordine?
Ma soprattutto: dove cazzo stanno queste batterie?
A quel punto non è nemmeno più una questione economica, diventa una questione ontologica. Se mi stai chiedendo 270 euro perché ci sono delle batterie, almeno fammi sapere in quale dimensione del pacco si sono manifestate.
Alla fine pago una verifica di magazzino da 2400 yen, che è una cosa bellissima, se vi piace il teatro dell’assurdo: pagare per capire se devi davvero pagare troppo, una specie di DLC della logistica. Però funziona, non subito, non magicamente, non senza dover insistere. Ho dovuto chiedere più volte un controllo, spiegare il problema, tornare sul punto e arrivare persino a mandare gli schemi tecnici del Nintendo 64 per far capire che quelle fottute batterie, semplicemente, non c’erano.
Alla fine la verifica sblocca la situazione: EMS diventa disponibile, il pacco viene preso in carico in Giappone, passa dall’ufficio di scambio internazionale di Tokyo e parte.
Per qualche ora mi sento quasi intelligente…Naturalmente mi stavo illudendo.
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Dal limbo alla giacenza
Dopo la partenza arriva il limbo: Japan Post dice che il pacco è uscito dal Giappone, Poste Italiane sembra ancora leggere segnali dal passato, e io inizio quella fase ridicola in cui controlli gli aggiornamenti troppo spesso, come se fissare un codice alfanumerico potesse convincere un aereo a volare più in fretta. Per giorni il pacco è ovunque e da nessuna parte: partito, ma non arrivato; in transito, ma senza prove. “Dispatch from outward office of exchange” diventa una frase che leggi talmente tante volte da iniziare a odiarla personalmente.
Poi, finalmente, il pacco ricompare in Italia.
Arriva, viene presentato alla dogana, passa nella rete nazionale. E qui succede la cosa più divertente dell’intera vicenda: la dogana, cioè il mostro che tutti temiamo quando importiamo, è quasi la parte meno drammatica.
Il pacco entra. Viene processato. Si muove.
Sembra fatta.
E invece no.
Risulta in consegna, poi non viene consegnato. Nessuna telefonata. Nessun tagliando. Nessuna comunicazione sensata. Il tracking internazionale passa a Retention, quello italiano rimane appeso a “in consegna”, come un cartello lasciato acceso in un negozio chiuso.
Chiamo, chiedo, provo a capire. Sembra rientrato nella sede SDA più vicina. Poi forse è in un ufficio postale. Quale? Mistero.
La cosa assurda è che il pacco non era perso. Non era bloccato in dogana. Era semplicemente in giacenza. Solo che per scoprirlo servivano due tracking, qualche telefonata e una certa disponibilità a farsi prendere in giro dai sistemi informatici.
Quando finalmente vado a ritirarlo, arriva l’ultima carezza.
“Sa che c’è da pagare, vero?”
No. Non lo sapevo.
Anche perché non mi avete lasciato nemmeno un tagliando per sapere dove fosse il pacco.
Totale: 67 euro, di cui 7 euro legati a Poste.
Qui va detta una cosa importante: il fatto che il pacco sia dichiarato alla dogana non significa che IVA, dazi o oneri siano già stati pagati. Significa solo che il pacco ha i dati per essere processato. Se le tasse non sono state anticipate, il conto arriva a te.
Quindi no, pagare non è la parte assurda. Importare significa anche questo.
La parte assurda è il modo: scoprirlo alla fine, dopo una mancata consegna, senza avviso, senza una comunicazione chiara, con un tracking che dice una cosa, un operatore che ne dice un’altra e tu che devi ricostruire la verità come se stessi indagando su un cold case.
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Il prezzo dell’oggetto non è il costo dell’importazione
Ed è qui che la storia smette di essere solo il mio pacco e diventa una lezione abbastanza semplice: non confondete il prezzo dell’oggetto con il costo dell’importazione. Il primo lo vedete subito, il secondo vi viene rivelato lentamente, come una maledizione a rate.
Quando importate dal Giappone, dovete guardare l’oggetto come se fosse già un pacco. Non basta chiedersi “quanto costa?”. Bisogna chiedersi: quanto pesa? Quanto ingombra? Quanto spazio occuperà una volta imballato? Che spedizione sbloccherà? Ci saranno tasse? Oneri? Limitazioni? Sorprese?
Nel mio caso, prima ancora che partisse, l’ordine aveva già smesso di essere “un Nintendo 64 con qualche gioco”: era diventato un blocco da 42 × 23 × 60 cm, quasi 58 litri di volume, circa 4 kg di peso e una serie di calcoli molto meno romantici dell’intro di Ocarina of Time.
Una figure può essere leggera, ma avere una scatola enorme. Un model kit può sembrare innocuo e occupare mezzo mondo. Un artbook può fregarti con il peso volumetrico: tu pensi “è solo un libro”, la spedizione invece lo vede come una lastra sacra da proteggere dentro un parallelepipedo internazionale.
JPFans resta utile. Molto utile. Ma va usato con meno entusiasmo e più calcolatrice. Bisogna lasciare margine; sapere che una classificazione strana può cambiare tutto, che EMS non chiude la storia, che dogana, Poste e tracking possono ancora chiedere il conto.
Occhio anche ai coupon: fanno brillare gli occhi, ma non rendono il pacco più leggero.
Se l’ordine conviene solo nello scenario perfetto, forse non conviene davvero.
Se avete calcolato tutto al centesimo sperando in una spedizione bassa, dogana leggera, nessun onere e nessun imprevisto, non avete fatto un piano. Avete espresso un desiderio.
Questo non significa che importare direttamente sia sbagliato. Anzi: a volte è l’unico modo per trovare certi oggetti. Però lo sbattimento viene incluso nel pacchetto.
Solo che non lo vedete nel carrello.
Il dungeon ve lo giocate voi
Se non volete gestirlo, esistono anche negozi in Italia che possono cercare quello che vi serve e procurarvelo. Non è una marchetta, è una constatazione pratica: a volte il sovrapprezzo non è nemmeno così enorme, ma il risparmio sulla psiche è notevole. Qualcuno si prende il pacco, la dogana, l’attesa e le rogne al posto vostro.
Quando importate direttamente, potete risparmiare. Potete trovare pezzi più particolari. Potete avere più scelta.
Ma il dungeon ve lo giocate voi.
Lo rifarei? Sì. Probabilmente sì.
Non perché sia stata un’esperienza piacevole in ogni suo passaggio, e nemmeno perché mi diverta l’idea di discutere con una chat su batterie fantasma, spedizioni impossibili e tracking che sembrano scritti da un oracolo stanco.
Lo rifarei con meno romanticismo, però. Meno “già che ci sono aggiungo anche questo, tanto costa poco”. Più attenzione a peso, volume, tasse e margine finale. Con la consapevolezza che, quando compri qualcosa dall’altra parte del mondo, non stai pagando solo un oggetto: stai pagando anche il viaggio che deve fare per tornare vivo fino a te.
E forse diventa davvero tuo solo lì: quando lo porti a casa, apri il pacco, lo tiri fuori dall’imballo e finalmente puoi premere power per vedere se il passato si accende ancora.
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