Disclaimer: questo articolo prende in considerazione persone che non hanno problematiche di dipendenza al gioco d’azzardo. La ludopatia è una condizione serissima e necessita dell’aiuto di un professionista.
Esattamente quattro anni fa iniziava la mia avventura nel gaming su mobile: acquistando il mio primo cellulare Android mi si erano aperte un mondo di possibilità poiché, fino a quel momento, ero un non troppo fiero possessore di Windows Phone.
Venendo quindi da eccitanti attività quali l’eliminazione dello spam in mezzo alle mail e frenetiche partite di 2048, mi accingevo finalmente a gustarmi qualche titolo decente sul mio fiammante P9 Lite che per l’epoca era un signor telefono, tanto da venir definito “best buy” dagli esperti del settore.
Ora se non avete chiuso la scheda sul vostro browser di fiducia e siete arrivati a leggere fino a questo punto, significa che vi è rimasto un minimo di materia grigia in testa: là fuori è pieno di persone che si etichettano come vero videogiocatore™ e che alle parole “gaming su mobile” rizzano il pelo manco fossero Palla di Neve II nell’episodio de I Simpson in cui Bart vende l’anima a Milhouse.
Chiariamo subito che il contenuto di questo articolo non intende essere una provocazione verso certi individui – anche se sarebbe divertente e probabilmente remunerativo per il sito – quanto piuttosto raccontare una mia esperienza che ci tenevo a condividere.
Story Arc 1: Grand Order
Innanzitutto mi tocca spiegare cosa sia un gacha, per quei due o tre che hanno aperto l’articolo senza conoscere i personaggi in copertina e che magari da ubriachi hanno scambiato il sito per un bootleg di qualche testata più famosa.
Gacha che, contrariamente a quanto alcuni credono, si scrive senza la “t” nel mezzo, deriva da gachapon, quelle macchinette tanto care ai giapponesi in cui basta inserire del denaro per ritrovarsi poi tra le mani le più svariate diavolerie di plastica, solitamente inserite in contenitori sferici.
La particolarità di questi aggeggi infernali è che non si decide cosa comprare, ma questi viene dispensato a caso, rendendo la fortuna un fattore determinante nel caso si punti a qualcosa di specifico.
Ecco ora provate a immaginare una formula da RPG generico con un party generico in un’avventura generica: il guerriero ignorante che picchia le cose, il maghetto che tira incantesimi consumando preziosi punti magia e l’healer di turno che giustamente…cura.
Suddividiamo queste tre classi in più personaggi, dotando ognuno di una particolarità che ben lo differenzia dall’altro sia in positivo che in negativo: prendendo sempre in esempio il guerriero che per l’occasione chiameremo Farlocco, lo dotiamo di spada e scudo che gli garantiscono statistiche bilanciate, ma che non gli permettono di eccellere in nessuna di esse; poi c’è Tiziano, un altro valoroso picchiatore armato di solo martellone da guerra, lento come l’Internet Explorer dei bei tempi andati ma che riduce in piadina tutto ciò che tocca; infine abbiamo Giuseppino che fa schifo e basta perché agli sviluppatori quel giorno andava così.
Chiunque con un briciolo di cervello sceglierebbe di portarsi dietro Farlocco o Tiziano, un ragionamento valido destinato a scontrarsi con la meccanica del gacha: tutti e tre gli eroi sono intrappolati in questa “ruota della fortuna” che è possibile far girare solo spendendo una valuta premium ottenibile a fatica giocando o facilmente attraverso il vil denaro.
Farla girare però non significa ottenere automaticamente i due di cui sopra, ma presenta il rischio di ritrovarsi Giuseppino, magari in copia multipla, rendendo vana la spesa.
Questo è un gacha o “hero collector” che dir si voglia. Benvenuti all’inferno.
Story Arc 1.5: Epic of Remnant
Aggirandomi per i vari social, molto spesso leggo commenti dispregiativi nei confronti dei gacha: c’è chi li chiama “app mangiasoldi”, chi “truffa legalizzata”, chi semplicemente li definisce spazzatura e amabilmente torna a trastullarsi tra le hitbox sballate di un qualsiasi souls-like perché “hardcore” e “da veri videogiocatori”, ma di questo ne parlerò in altra sede.
Per la mia esperienza, vi posso dire sia che un generoso 90% di queste persone che se ne lamentano non ci hanno mai giocato, sia che sotto sotto un fondo di verità c’è: lo scopo primario di un gacha è chiaramente quello di far soldi e se non basta la canonica valuta premium a sbattervelo in faccia… beh non sembrate intelligenti a rimarcare l’ovvio.
C’è poi da dire che non tutti i giochi sono uguali e mentre alcuni sono pensati appositamente per svuotarvi il portafogli, altri possono essere tranquillamente giocati senza spendere un centesimo: a tal proposito non posso che consigliarvi Dragalia Lost, un action rpg nato dalla collaborazione tra Nintendo e Cygames che in gergo si definisce un titolo “f2p friendly” ovvero giocabile al massimo delle sue potenzialità anche da chi non intende versarci il proprio conto in banca.
Io però tre anni fa non lo sapevo e da buon fan di Fate – sì sento già i fischi, ma tutti abbiamo un guilty pleasure su –mi sono buttato su uno dei gacha più taccagni in circolazione, almeno per l’epoca.
Story Arc 2: Cosmos in the Lostbelt
Passare tre anni su Fate/Grand Order mi ha fatto realizzare cose piuttosto importanti sulla vita di un videogiocatore, ma anche sulla vita in generale: prima fra tutte è che non bisogna giudicare un libro dalla copertina, un concetto basilare che molti tendono a trascurare troppo spesso.
Perché va bene criticare un prodotto quando l’oggetto delle proprie critiche è dato da difetti ben evidenti, magari nati da comportamenti scorretti delle stesse software house; ciò che non va bene è denigrare chi da un dato titolo trae appagamento, chi pur accettandone le magagne riesce a divertirsi in tutta spensieratezza.
Perché eccovi spiattellato il vostro “vero videogiocatore” che passa più tempo sui social ad autoproclamarsi tale e litigare col prossimo in gloria alle proprie opinioni, piuttosto che fare ciò per cui si etichetta, ovvero giocare.
Il gacha medio non fa tanta differenza: dedicarsi molto a un titolo del genere equivale a buttarsi nella fossa dei leoni da tastiera per venire sbranato senza possibilità di difendersi, perché son tutti bravi ad affermare quanto il gaming su mobile faccia schifo, ma nessuno riesce a spiegarne il motivo senza attaccarsi ai mantra del “Play Store pieno di immondizia” e del “non si può giocare da cellulare”.
Un mito che ho avuto il piacere di sfatare è quello della “truffa che ti svuota il portafogli” perché vedete amici, c’è un piccolissimo dettaglio spesso ignorato: siete voi a buttare denaro su un gacha, non vi vengono prelevati contanti in automatico appena se ne inizia uno.
E a meno di non avere una volontà ferrea nel resistere alle tentazioni o essere lo zio Paperone di turno, non è assolutamente qualcosa a cui approcciarsi, così come non si consiglia il gioco d’azzardo a chi rischia di lasciarsi trasportare da esso.
Durante i miei “tre anni di tentativi” ho speso cifre modeste su FGO, ma anche dopo roll che definire vergognosi sarebbe un eufemismo non mi sono mai sentito truffato per via di due fattori: il primo è che spendere soldi sul gioco sopracitato per me equivale a supportare qualcosa che a me piace e da cui traggo divertimento; il secondo è perché posso permettermelo, altrimenti non lo farei.
Di nuovo: se vi lasciate tentare facilmente e pensate che ciò possa ledere al vostro benessere economico, forse i gacha non fanno per voi, sebbene ve ne siano alcuni come il già citato Dragalia Lost che possono essere goduti appieno senza versarci un quattrino.
Ciò che davvero vi viene rubato è il tempo: tra missioni giornaliere, mensili, eventi e l’immancabile main quest si ha sempre qualcosa da fare per stare al passo col gioco stesso, trasformandolo quasi in un lavoro.
Giocare “seriamente” a questi titoli significa starci dietro con costanza e cercare di adattarsi all’immane mole di contenuto che pian piano viene rilasciato nel corso degli anni: è un po’ il caso di tutti quei giochi con una componente online che viene seguita e aggiornata dalla software house, ma nel caso di molti gacha presto o tardi si finisce per fare i conti col paywall di turno e ciò sprona a cercare di ottenere tutto ciò che si riesce a recuperare in maniera gratuita per sopperire alla bisogna.
Parlando più nello specifico della mia esperienza, Fate/Grand Order come tutti cerca di trarre profitto, ma ha il pregio di essere giocabile anche con unità ottenibili gratuitamente, poiché procurarsi uno o più SSR – che ricordiamolo, è il massimo grado di rarità dei personaggi – significa solo facilitarsi un po’ il gioco, non certo aprirsi una strada che non è mai stata sbarrata.
Conclusioni
E quindi il perché di questo editoriale? Forse l’aver voluto sfruttare la nomea di un brand piuttosto famoso per esporre un mio pensiero, forse la volontà di sfatare qualche diceria, forse l’essermi voluto sfogare sul sito per cui scrivo piuttosto che sulle pagine di un social network. Mi spiace un po’ per coloro che si aspettavano un approfondimento su Fate/Grand Order, cosa che è possibile trovare in minima parte qui (e no, i vari “gatcha” non dipendono dal sottoscritto).
Tra tanti “forse” l’unica cosa certa è che se per voi essere “veri videogiocatori” è un vanto ostentato denigrando a prescindere chi o cosa non incontra il vostro gusto, nel 99% dei casi non lo siete. Aprite gli occhi e usateli per comprendere meglio ciò che leggete su internet, ciò che giocate, ciò che vedete giocato in modo da trarre un giudizio vero che si poggia su solide basi anziché sul sentito dire. Perché è facile aggregarsi alla massa e dare addosso a qualcosa per ricevere approvazioni, per sentirsi “nel branco”, ma quando certe cose iniziate a viverle sulla vostra pelle, allora potreste capire che la massa un po’ di torto ce l’ha.
Un po’ tanto.