Il 28 giugno 2026, ultimo giorno della fiera di Bergamo Comicon, Yuji Horii firma e disegna uno shikishi: lo Slime di Dragon Quest, due occhi tondi e la data scritta a mano. Poche ore dopo, lo stesso foglio è in vendita online a 700 euro; settecentotrenta con le commissioni incluse.
Non è un caso isolato, ma qualcosa che si ripete, fiera dopo fiera, edizione dopo edizione in uno schema che ha trasformato alcuni degli appuntamenti culturali più amati d’Italia in un campo di battaglia dove vince chi ha più soldi, più tempo, o meno scrupoli.
Un sistema rinomatamente rotto.
Il meccanismo di base è semplice: per accedere a un firmacopie o a una sessione di sketch bisogna acquistare un certo quantitativo di prodotti legati all’autore, ricevere un tagliandino numerato e sperare di uscirne con un posto in fila.
Più spendi, più tagliandini ottieni, più probabilità hai, in un sistema che premia chi ha la liquidità e la freddezza di comprare in massa, accumulare decine di codici e poi rivendere i posti vincenti a un prezzo che il mercato è disposto a pagare senza fiatare… la FOMO fa il resto….
Ed è esattamente quello che succede, secondo quanto raccontano fan e addetti ai lavori da anni. A Lucca, a Napoli, a Milano, a Bergamo, così come in tutte le altre città italiane si applica lo stesso schema, magari con qualche variante che porto sempre allo stesso raccoglitore pieno di tagliandini.
Lucca, cara vecchia Lucca…
Lucca Comics & Games è la fiera più grande, la più amata, ed è anche quella dove la falla è documentata da più tempo. Nel 2023 Francesco Artibani, autore e non un fan esagitato, segnalava pubblicamente inserzioni su eBay per centinaia di euro a tagliandino. La risposta dell’organizzazione fu un nuovo sistema di prenotazione, Eventbrite, con biglietti nominativi.
Risultato nelle edizioni successive: stesse prenotazioni rivendute su Vinted ed eBay, stessi crash dei portali all’apertura delle vendite, stessa corsa ai posti che premia chi è più veloce e più disposto a spendere. Per Tre anni, soluzioni diverse ma inefficaci e stesso esito raggiunto.
Lucca è il promemoria che il problema non si risolve cambiando piattaforma, se la logica di fondo non cambia. E finché “spendi di più, ottieni di più” resta il principio base, chi sfrutta quel principio su scala industriale avrà sempre un vantaggio strutturale su chi ci va da fan.
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A Napoli puoi collezionarli tutti!
A Comicon Napoli, durante il firmacopie dell’autore di Vinland Saga, la situazione è andata oltre la semplice falla di sistema. Per partecipare bastava una spesa minima di circa 20 euro in prodotti legati al manga: abbastanza bassa da rendere l’accumulo massiccio di tagliandini un investimento conveniente per chiunque avesse intenzione di rivenderli.
Davanti agli occhi di chi era in coda regolarmente, qualcuno spendeva migliaia di euro allo stand; non per amore del manga, ma, a quanto pare, per accumulare biglietti vincenti da rivendere. Una testimonianza diretta racconta di due visitatori francesi che, senza aver partecipato all’estrazione, hanno comprato un posto a 400 euro da rivenditori che, secondo chi frequenta più fiere, sarebbero volti ricorrenti sulla scena.
Star Comics aveva provato a limitare i danni con un controllo: il tagliandino doveva essere verificato tramite il cellulare con cui era stato registrato l’acquisto. Un accorgimento che, a detta di alcuni presenti, non sarebbe bastato a fermare chi aggirava il sistema. Una soluzione più ovvia, un solo tentativo per persona con nome e cognome, non è stata adottata.
Quattrocento euro per stringere la mano all’autore del tuo manga preferito. I fan stranieri erano quelli più vulnerabili: meno familiari con le dinamiche italiane, meno pronti a rendersi conto di cosa stesse succedendo e più improntati a cascarci specie dopo il lungo viaggio.
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Le code notturne al “casello” di Milano…
A Milano, tra Games Week e Cartoomics, il problema prende una forma leggermente diversa ma ugualmente assurda. I pre-ticket per certi firmacopie (il caso più recente riguarda i maestri di Pokémon – La Grande Avventura, Hidenori Kusaka e Satoshi Yamamoto) vengono distribuiti ogni mattina prima dell’apertura dei cancelli: uno a persona, in ordine di arrivo.
Tradotto in pratica: se vuoi un posto, devi essere lì la notte prima. Fuori dai padiglioni, senza controlli, senza servizi, senza che nessuno si chieda se sia normale chiedere questo a un fan che vuole solo un autografo.
Anche qui, inevitabilmente, c’è chi si frega più posti con gli stessi meccanismi visti altrove. Ma a Milano si aggiunge un livello di rischio fisico che nelle altre fiere è meno marcato: dormire fuori da un padiglione espositivo non è la stessa cosa che aspettare in una fila organizzata di giorno.
Di alto e di basso non c’è solo la città a Bergamo…
L’edizione 2026 di Bergamo Comicon è quella che, almeno per ora, l’apice evolutivo di questa tendenza, perché qui i problemi non si sono sovrapposti: si sono moltiplicati.
Il caldo: Per quattro giorni interi il Padiglione A è rimasto senza aria condizionata, con 39°C fuori e un capannone che chi ci lavorava ha descritto come un forno. Espositori fradici, visitatori che entravano e uscivano dopo pochi minuti perché restare era impossibile. Le risposte dello staff cambiavano ogni volta: un guasto, un problema “di tutta Bergamo”; finché qualcuno ha fatto notare che il Padiglione B, nello stesso momento, era perfettamente fresco. Interessante, inoltre, la testimonianza di diversi utenti che sottolineano come l’aria condizionata avrebbe ripreso a funzionare per una decina di minuti durante un giro di controllo degli organizzatori nel padiglione: una coincidenza che, va detto, nessuno ha potuto verificare andasse oltre la casualità, ma che ha comunque alimentato la sfiducia di chi era presente.
Le file: Per gli shikishi di Yuji Horii i fan si sono presentati ore prima, dalla mattina, con numerini posticci scritti a penna su un foglio improvvisato; perché un sistema ufficiale non c’era. Più testimonianze indipendenti parlano di persone presenti per tutti e tre i giorni della fiera con il solo scopo, a quanto riferito, di accaparrarsi tagliandini da rivendere, con liste informali che scavalcavano l’ordine di arrivo. Tra i racconti raccolti sul posto circola anche quello di uno scambio, riportato da chi dice di esserne stato testimone, tra alcuni presenti e un membro dello staff organizzativo: secondo questa versione, non verificabile in modo indipendente, alla richiesta di spiegazioni sarebbe arrivata una risposta sul tipo “le regole le decide chi organizza la fiera”, seguita dal paragone con le code fuori dai concerti di Taylor Swift. Se l’episodio sia andato esattamente così non possiamo confermarlo con certezza; resta però significativo che più persone, indipendentemente, lo raccontino nello stesso modo.
La prova. Lo shikishi di Horii datato 28 giugno 2026, in vendita a 700 euro lo stesso giorno della firma. La chiusura del cerchio.
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Il retrogaming ai margini della legalità
Vale la pena aggiungere un’ultima cosa, che riguarda non i firmacopie ma gli stand di retrogaming: ormai presenti in tutte le fiere. A Bergamo, nel Padiglione B, tra i negozi presenti era possibile notare, tra la merce regolare, quelle che sembravano a tutti gli effetti copie non autorizzate di titoli molto richiesti; Pokémon su tutti, ma non solo. Esposte, agli occhi di chi scrive, senza alcuna distinzione visibile rispetto agli originali, e a prezzi da collezionismo.
Per chi non ha occhio allenato è praticamente impossibile accorgersene sul momento: confezioni curate, etichette ristampate, cartucce che sembravano funzionare sulle console. Se le cose stanno davvero così, il danno sarebbe sia economico (si rischia di pagare un originale e portare a casa una copia) sia culturale, perché normalizzerebbe un mercato che svaluta proprio il collezionismo che dice di valorizzare.
Non parliamo di denunciare un mercato grigio del retrogaming, che siamo consapevoli esista ovunque, online e offline, da anni e che sia un problema noto e irrisolto del settore. La questione, semmai, è quanto sia facile che finisca esposto dentro una fiera ufficiale, a pagamento, luogo in cui si presuppone si facciano dei controlli su chi entra ed esce e cosa porta….
Come si potrebbe fare: il modello Japan Expo
Che non esista un’alternativa lo si potrebbe pensare solo ignorando quello che succede a poche ore di volo da qui. A Japan Expo, in Francia, il sistema per aggiudicarsi un posto ai firmacopie funziona in modo completamente diverso, ed è tutto digitale, tracciato e, cosa più importante, nominativo.
Si entra in fiera con un biglietto vidimato all’ingresso: prima verifica d’identità. Una volta dentro, tramite l’app ufficiale della fiera si può provare a “vincere” la firma dell’autore che si preferisce: si seleziona il nome, parte un’estrazione automatica in stile slot machine, e il risultato è immediato. Se si perde, non si può ritentare. Niente accumulo di tentativi, niente possibilità di comprare più chance spendendo di più: chiunque abbia l’app ha esattamente la stessa probabilità di chiunque altro.
Chi vince, a quel punto, viene fotografato sul momento: la foto resta associata al biglietto digitale generato dall’app, così al punto firme, all’orario stabilito, lo staff scannerizza il biglietto e verifica che la persona in coda sia effettivamente quella che ha vinto l’estrazione. Prima ancora di arrivare al tavolo, viene chiesto a chi si vuole la dedica, in modo che l’artista possa scrivere senza dover recuperare tempo con domande al volo.
Nessuna fila della notte prima, nessun accumulo di tagliandini fisici da rivendere, nessuna vidimazione manuale bypassabile: il collo di bottiglia, cioè l’unico vero problema di qualsiasi firmacopie affollato, ovvero che i posti sono meno delle persone che li vogliono, resta, ma il sistema decide chi li ottiene in modo casuale, verificato e non aggirabile con la carta di credito. Non è un caso che, nei racconti di chi ha frequentato entrambi i tipi di fiera, il paragone tra i due sistemi torni sempre a sfavore di quello italiano.
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La FOMO è il motore, il fan è il carburante
C’è un filo che collega tutto: la paura di perdere qualcosa di irripetibile. Il firmacopie di un autore che non tornerà mai più in Italia; lo shikishi disegnato dal creatore di Dragon Quest; l’unica occasione per stringere la mano a chi ha scritto i fumetti Pokémon della tua infanzia.
Chi specula sui tagliandini non vende autografi. Vende la certezza di non restare fuori; e lo fa sapendo bene che dall’altra parte c’è qualcuno, spesso giovanissimo, spesso venuto da lontano, spesso convinto che questa sia l’unica occasione, disposto a pagare qualsiasi prezzo pur di non tornare a casa a mani vuote.
Le organizzazioni delle fiere potrebbero spezzare questo meccanismo: sistemi nominativi veri, limiti per persona applicati davvero, presenze fisiche che controllino le file. Il modello esiste già, e non è nemmeno lontano da qui. Per ora, in Italia, non sembra bastare, o non in modo sufficientemente incisivo da risolvere il problema; e nel frattempo il mercato parallelo cresce, si professionalizza, e i fan onesti, quelli che le fiere dovrebbero celebrare, continuano a pagarne il prezzo.
Settecento euro per uno shikishi disegnato il giorno prima. Benvenuti alle fiere italiane.