Pubblicato il 03/02/20 da Ruka

Orangeblood

Non tutte le ciambelle riescono col buco
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Introduzione

Se dovessi descrivere Orangeblood con un aggettivo, questo sarebbe “particolare”. In senso puramente dispregiativo, sia chiaro, perché la creatura firmata Grayfax e PLAYISM sembra il frutto di una serata a base di LSD e alcool.
La stessa protagonista, Vanilla, fatica nel comprendere il suo ruolo all’interno delle vicende narrate: incastrata dalla CIA, viene mandata nella ridente – mica tanto – cittadina di New Koza per ripulire il posto da criminali di ogni tipo e così “espiare le proprie colpe”. Quelle virgolette non intendono denotare la presenza di un prodigioso plot twist, quanto piuttosto la natura confusionaria della trama che, imbottita di slang e parolacce, non riesce a concretizzarsi sin dalle prime battute di gioco.

Gameplay

La formula è quella tipica del JRPG di stampo classico: battaglie a turni contro nemici casuali, invero piuttosto facili. Il livello di sfida si abbassa ulteriormente quando poi si appura che l’equipaggiamento reperibile in giro ha parametri anch’essi casuali, facendo sì che un colpo di fortuna possa addirittura facilitare ulteriormente tutta la run.
Un peccato visto che le basi di Orangeblood sono perlopiù solide: i personaggi possono vantare un discreto numero di abilità che mescolate al sopracitato equipaggiamento dovrebbero garantire una profondità invidiabile all’esperienza, quando poi invece la difficoltà risibile non incentiva affatto a scavare in profondità del sistema di gioco.

Comparto tecnico

Visivamente il titolo può anche risultare carino: ho trovato l’accozzaglia tra “anime e hip-hop” tutto sommato apprezzabile e il character design gradevole, il tutto espresso attraverso una pixel art di buona fattura. Gli ambienti sono dettagliati al punto giusto, anche se non si può dire lo stesso delle animazioni che risultano piuttosto scarne nella loro semplicità. Sul fronte audio abbiamo soltanto una colonna sonora, orecchiabile ma ripetitiva, a sorreggere il tutto vista la mancanza di un qualsivoglia doppiaggio.
Va detto inoltre che su PC non presenta opzioni grafiche, partendo nativamente da una risoluzione infima e presentando all’utente una serie di filtri che anziché migliorarne la resa visiva, la peggiorano.

Conclusioni

Orangeblood rappresenta l’apripista per Grayfax: nonostante qualche idea di fondo possa risultare appetibile a una determinata fetta di pubblico, il pacchetto in sé non riesce a convincere in toto, condannando questa produzione low-budget a finire presto nel dimenticatoio. Beh, poco male.

Perché sì:
Perché no:
  • Pixel art e design gradevole...

 

  • ... tutto il resto assolutamente no!

Ruka - Biografia

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Un weeb che videogioca e scrive. No seriamente, cosa vi aspettavate?

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