Oh My Godheads – A caccia di teste!

Pubblicato il 17/01/18 da Michele Adami
recensione

Oh My Godheads – A caccia di teste!

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Lo ammetto, ho accettato di scrivere un articolo su questo titolo solo perché desideravo capire cosa avesse spinto Square Enix Collective a pubblicare un titolo che, a una prima occhiata, non riuscivo a trovare veramente invitante. E così, con questo spirito a metà strada tra titubanza e curiosità, mi sono immerso per alcune ore nel frenetico, caotico e colorato mondo di Oh My Godheads.

Titutitech, piccolo studio di sviluppo di videogiochi e software commerciali con sede a Barcellona, afferma di aver iniziato a lavorare a Oh My Godheads seguendo la filosofia alla base dell’eterogenea categoria “giochi multiplayer old-school”, all’interno della quale lo studio stesso colloca classici come Micro Machines e Worms. Il risultato finale si rivela oggi un couch-multiplayer di dimensioni contenute, assolutamente privo di modalità online, che recupera alcuni stilemi classici dei multigiocatore d’annata, come la modalità capture-the-flag, cercando però al contempo di rinfrescarli, evitando di trasformarsi in un’accozzaglia di cliché.

Inizia il match, tutti corrono verso la tes… bandiera?

Come ho detto, il pilastro portante del gioco è una modalità “ruba bandiera” fruibile da uno a quattro giocatori divisi in due squadre (ci penseranno i bot a riempire i vuoti). A distinguere il gioco di Titutitech dalla massa, tuttavia, è la presenza, al posto delle normali bandiere (comunque sbloccabili giocando), delle enormi, magiche teste di divinità che danno il titolo al gioco. Ognuna delle dieci teste, infatti, possiede un particolare potere, in grado di rendere il gameplay di ogni match leggermente diverso: alcune, se tenute in mano troppo a lungo, recano danno al trasportatore e a chi gli sta vicino, per esempio esplodendo o congelando l’area circostante; altre, come quella di Zeus, si rivelano pericolose solo per gli avversari, che dovranno tenersi alla larga dalle periodiche piogge di fulmini che si abbattono attorno al possessore della testa; altre ancora, infine, hanno degli effetti più generalizzati, come quella di Kali, che accelera e rallenta lo scorrere del tempo, o quella di Namazu, che, quando lasciata al suolo, emana delle ondate di marea che spingono via i giocatori che le si avvicinano. Interessante è anche la possibilità di combinare a piacere una delle dieci mappe (un paio delle quali vanno sbloccate) con una delle testa: anche se le mappe non sono molto grandi, presentano una struttura, dei punti di spawn, delle localizzazioni delle teste e degli altari (di cui parlerò a breve) sufficientemente diversi da permettere di creare delle accoppiate delle stesse che variano in modo percepibile il gameplay di quasi ogni singola combinazione.

Quindi, come da tradizione, nella modalità A caccia di teste l’obiettivo sarà portare la testa all’altare situato – in genere – dietro al punto di spawn degli avversari, evitando di essere uccisi e, di conseguenza, di perdere la testa (chiedo scusa) e di ricomparire nell’area di inizio della propria squadra. Oltre a questa modalità, che è il piatto forte di Oh My Godheads, esistono altre tre modalità multiplayer e una piccola collezione di sfide a punteggio per giocatore singolo. La seconda modalità di gioco, Il re delle teste, è molto simile a quella principale, limitandosi a eliminare gli altari: per vincere il match la squadra dovrà mantenere il controllo della testa fino al riempimento completo di un timer, che si svuoterà progressivamente ogni volta che la testa sarà abbandonata al suolo o in mano agli avversari. Le altre due modalità – Cacciatore di teste e L’ultimo sopravvissuto – sono, invece, delle semplici arene in cui prendersi a mazzate: in una vincerà il giocatore o la squadra che riesce a eliminare nove volte membri della squadra avversaria, mentre nell’altra si aggiudicherà un punto il giocatore che riuscirà a eliminare tutti gli avversari, rimanendo l’ultimo superstite.

Nelle sfide, invece, dovremo competere contro bot controllati dalla CPU in brevissime missioni, in cui verremo premiati soprattutto per la nostra velocità (e, di conseguenza, per la nostra abilità): oltre a ottenere una medaglia correlata al grado del nostro successo, i nostri risultati verranno memorizzati in una classifica e confrontati con quelli dei nostri amici, permettendoci di competere per il podio. Le sfide consisteranno principalmente in minigiochi legati soprattutto all’utilizzo dei poteri delle singole teste delle divinità o all’abilità nello sfruttare power-up o lanci di torte.

I livelli, in generale, sono tutti piuttosto carini da vedere.

Le torte di Oh My Godheads non sono infatti le dolci, comprensive compagne delle lunghe serate di solitudine che tanto ci sono familiari, ma somigliano piuttosto a, come dire… Delle granate. Se lanciate ai nostri nemici, regolando la distanza mediante il tempo di pressione dell’apposito tasto, esse infatti esploderanno, eliminando gli sventurati che si troveranno nel loro limitato raggio d’azione. Oltre alle torte, tre per ogni match, potremo fare affidamento su diversi power-up disseminati per le mappe. Si va dalle classiche bombe, che esplodono dopo alcuni istanti dal lancio, fino a enormi piedi divini che schiacciano i nostri avversari come chewing-gum sul pavimento, passando per pozioni in grado di invertire i comandi del movimento di tutti gli altri giocatori e, tra le altre cose, pesci capaci di scatenare una pioggia di meteore (!) sull’intero scenario.

Lo stile grafico del gioco è essenzialmente low-poly, caratterizzato da colori molto accesi e ambientazioni decisamente cartoonesche. Le dieci mappe – antiche piramidi, templi perduti nella giungla, vulcani attivi con piattaforme instabili, arene degli dei che volteggiano nei cieli e altro ancora – sono piacevoli da vedere e, come dicevo, sono costruite in modo da avere ciascuna la propria peculiarità (ad esempio, in una mappa ci saranno quattro altari che, a intervalli regolari di tempo, verranno riassegnati ciascuno casualmente a una delle due squadre). Le animazioni sono molto semplici, ma nel complesso il gioco è fluido e dinamico, ed è buffo vedere le piogge di sangue stilizzato – rigorosamente del colore della squadra di appartenenza della vittima – schizzare fuori dai personaggi abbattuti a suon di fendenti. L’audio del gioco non è sicuramente memorabile, ma, come anche la colonna sonora, ha l’unica funzione di fare da orecchiabile sottofondo ai fantasiosi insulti che i giocatori si lanceranno nel mondo reale.

A volte la situazione si fa caotica.

Ovviamente, Oh My Godheads offre il suo meglio se giocato con altri tre giocatori, soprattutto quando, dopo aver rapidamente preso confidenza con le semplici meccaniche, ci si potrà lanciare in azioni di coppia nella modalità A caccia di teste (ad esempio, la possibilità di lanciare la testa e di prenderla al volo permette di inserire nelle proprie zuffe un minimo di strategia). I bot, utilizzabili per raggiungere i quattro giocatori, sono piuttosto imprevedibili. Spesso, senza alcuna motivazione, decideranno di focalizzare tutte le loro energie su qualcosa di assolutamente inutile: più volte, utilizzandoli, mi è capitato di venire ucciso davanti all’altare, e di vedere il bot della mia squadra, un istante prima vicinissimo a me (e quindi all’altare), schizzare dall’altro lato della mappa solo per randellare un membro dell’altra squadra, ignorando completamente la testa divina da me abbandonata al momento del decesso.

I gadget di cui parlavo, anche se simpatici, sono spesso di scarsa utilità, e deviare dal nostro percorso per raccoglierli può risultare, a conti fatti, un’inutile perdita di tempo. Visto che, utilizzando la nostra spada, sarà sufficiente un solo attacco per eliminare un avversario, l’utilizzo di power-up come bombe facilmente evitabili o torte da lanciare con una certa precisione sarà in generale un futile esercizio: con un bell’attacco in rincorsa potremo riuscire a eliminare anche tutti i nostri avversari, se li troveremo adeguatamente allineati!

E questo porta alla luce un altro aspetto problematico, ovvero il posizionamento delle aree di spawn dei giocatori nella mappa nelle modalità L’ultimo sopravvissuto e Cacciatore di teste: in alcune mappe, infatti, i quattro personaggi compariranno tutti nella stessa area, allineati, permettendo al giocatore situato all’esterno di uccidere tutti e tre gli altri partecipanti con un solo attacco con scatto… Ovvero, premendo un tasto.

Da segnalare, invece, la possibilità di personalizzare di volta in volta le partite, stabilendo il punteggio che una squadra dovrà totalizzare per vincere un round e il numero di round disputati per ogni match, ma anche decidendo di quale power-up fornire i giocatori (e in che quantità) all’inizio di ogni round.

Il bello di non avere amici è che si arriva sempre primi! Sigh.

Oh My Godheads, in definitiva, è un gioco piuttosto divertente da giocare con gli amici, anche e soprattutto se questi sono persone non molto avvezze ai videogiochi: si tratta infatti di un titolo semplice e diretto, ma non per questo incapace di divertire. Dato il prezzo decisamente troppo alto, soprattutto se si considerano la mancanza (dettata probabilmente da scelte di design consapevoli, condivisibili o meno) di una modalità multiplayer online e la quantità di contenuti non esorbitante, consiglio l’acquisto del simpatico gioco di Titutitech soltanto se lo si reperisce a prezzo scontato.
Inoltre, se da un lato ha il grande pregio di essere adatto a un pubblico squisitamente casual, dall’altro finirebbe per venire a noia in fretta agli appassionati degli action multiplayer. Oh My Godheads si rivolge a un pubblico preciso e ha alla base una filosofia forse un po’ limitante: se tutto questo non rappresenta un problema, è un titolo che, in fondo, merita di essere preso in considerazione.

Immediatezza


Colore!

Perché sì:
Perché no:
  • Divertente e immediato
  • Colorato e simpatico
  • Spirito squisitamente casual

 

  • Niente multiplayer online
  • Molto costoso per quel che offre
  • Alcune incertezze nelle meccaniche
  • Spirito squisitamente casual

Guttacavat - Biografia

Nato e cresciuto nella terra del lesso con la pearà e della pastisada de caval, ho sempre avuto una passione per la narrativa, in ogni sua forma. Durante le scuole elementari, con i miei amichetti, ho scoperto Monkey Island e le avventure grafiche LucasArts, che hanno scosso fino alle fondamenta il mio piccolo mondo di platform game Nintendo. I videogiochi potevano raccontare delle storie, e io sarei inevitabilmente diventato un temibile pirata.