Into the Breach

Carry on my way!

Pubblicato il 21/06/18 da Francesco D'Emilio
recensione
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Into the Breach

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Una piccola grande storia scritta da eroi scelti pronti a (provare a) salvare il mondo, tanti robottoni da scegliere e potenziare, un terribile nemico alieno insettoide col vizio di sterminare l’umanità e timeline alternative che si dipanano dalle nostre scelte.
Se l’incipit di Into the Breach, dagli stessi creatori di FTL: Faster Than Light, non è abbastanza intrigante, vi trovate nella timeline sbagliata.

Per qualunque planeswalker che si sentisse interessato a giocarlo, mi sento in dovere di avvertirlo del fatto che Into the Breach è impegnativo. E’ composto da regole estremamente semplici, le quali a prima vista sembreranno quasi permissive: la varietà e le avversità delle situazioni che si incontreranno, invece, daranno non poco filo da torcere a chiunque voglia giocarlo, anche alle difficoltà più benevole. Come ogni recente esponente degli strategici a turni, il micro-obiettivo di ogni missione sarà sempre quello di minimizzare le perdite, sia in termini di risorse che di personale, guardando con un occhio la battaglia attuale ma con l’altro i restanti, quasi insormontabili, nemici che aspettano il nostro arrivo.

All’inizio di ogni partita, che compone una timeline del gioco, abbiamo il diritto di scegliere il pilota iniziale, la squadra di mecha che useremo e altri settaggi riguardanti entrambi. I mecha arrivano a squadre, con ognuna comprendente un modello più propenso a specializzarsi in un certo range di ingaggio: corta distanza, media distanza, artiglieria per la lunga distanza, con le dovute eccezioni per le diverse squadre. Scelta la difficoltà si scende sul campo di battaglia.
Una volta atterrati sul pianeta inizieremo, dalla prima isola, la missione per liberarlo. Ogni isola è composta da diversi territori da liberare, con tanto di boss di fine isola: ogni missione comprende obiettivi primari e secondari assieme a, ogni tanto, modificatori di partita che rendono il tutto più semplice, o viceversa, per i nostri piloti.

Standby for Titanf… ops, franchise sbagliato.

Tra una battaglia e l’altra avremo il tempo di potenziare i mecha, modificandone le armi e l’equipaggiamento secondario, anche se in modo limitato; tra una liberazione dell’isola e l’altra, invece, avremo molte più possibilità (e calma) per sistemare al meglio il nostro squadrone. Tra potenziamenti del core dei mecha, modifiche strutturali, abilità secondarie e armi primarie alternative la varietà negli armamenti di certo non manca. Più probabile che inizieranno a mancare piloti per usarli, dato che una volta perso un mecha un pilota dell’IA ne prenderà il posto.

L’obiettivo finale per ogni isola è evitare di scendere di punti nella power grid e, se possibile, ottenerne. In caso di perdita di punti è fondamentale non raggiungere lo zero, pena il game over. E’ meglio iniziare ad abituarsi a vederlo, perchè per quanto Into the Breach sia leale col giocatore esso non decide mai e poi mai di allievare l’esperienza, spesso creando momenti di lecita frustazione su situazioni imprevedibili che, in un modo o nell’altro, si potevano evitare. Una volta liberata un’isola si avanza su un’altra, dopo aver ricevuto importanti fondi da parte della corporazione. Questo ed altro per la salvezza dell’umanità.

Nessuna faglia nel pacifico, il mare non è strategicamente importante. Per ora.

Le battaglie si susseguono a suon di mazzate (letterali) tra i Vex e i nostri mecha, il cui obiettivo è difendere a ogni costo i civili: ogni edificio copre tra uno e due punti della power grid e, dato il numero di civili presenti in ogni missione… è possibile raggiungere il game over in ognuna di esse, anche nella prima. Data la difficoltà con la quale si riottengono i punti per la power grid è sempre meglio ripeterlo. I mecha o i piloti sono perdite prevedibili e, sopratutto, sostenibili, a differenza del rischio che si corre lasciando giocare i Vex con i sopravvissuti delle isole.
Ed è qui che Into the Breach rivela uno storytelling un po’ alla X-COM: ci si affeziona ai piloti, li si vede morire di qualsivoglia male e la sete di vendetta prende il posto di una ragionata, o quantomeno sensata, tattica.

Da sottolineare come l’interazione con l’ambiente non solo sia fondamentale per abbattere le minacce più grandi, ma anche quanto sia estremamente curata a livello estetico e tecnico: ogni missione, essendo ambientata su una differente ‘regione’ dell’isola possiede una geografia distinta, la quale può effettivamente risollevare una partita se sfruttata bene, o può punire senza esclusione di colpi un giocatore che dia più peso ad altri fattori. La varietà degli ambienti, poi, non è solo estetica: il deserto della seconda isola ha regole diverse dalle pianure della prima isola, e così via.

Si sta come a Kashgar… no, franchise sbagliato, di nuovo.

Into the Breach scongiura la problematica della ripetitività donando al giocatore sempre più libertà e funzioni man mano che questi avanza nel gioco: la persistenza nei tentativi, per esempio, permette di avere più chance di trovare escape pod, i quali forniranno degli importanti bonus alla squadra o, ancor meglio, piloti nuovi di zecca, mentre vittorie perfette, anche su isole già liberate in timeline precedenti, rilasciano anch’esse dei premi importanti. Non temete, quindi, se nei primi tentativi la vostra squadra verrà demolita dai Vex: avrete sempre un’alternativa, questa volta con l’esperienza dalla vostra parte. La quantità di achievement, sblocchi, sfide e obiettivi è encomiabile e sottolinea la più che ovvia necessità di rigiocare diverse volte il titolo, non solo prima che riusciate ad apprezzarne appieno il contenuto, ma anche solo per comprendere le meccaniche necessarie a massimizzare le chance di vittoria.

Dal lato artistico la pixel art è più che riuscita: funziona egregiamente nel comunicare i pericoli, il design dei piloti e mecha è distinto e sono facilmente riconoscibili, l’effettistica è dettagliata, con uno stile cartoonesco che nasconde la cattiveria intrinseca nelle meccaniche di gioco, nelle difficili scelte che ci porterà a fare e nella minaccia che risiede in un nemico che pare uscito da Starship Troopers.

Se il concept di base non cattura abbastanza, Into the Breach lo fa in un modo più subdolo e genuino: innumerevoli tentativi vi daranno pian piano gli strumenti, conoscenze e capacità per affrontare minacce sempre più grosse e venir così premiati con una valanga di sbloccabili di qualunque genere, che vi terranno incollati per molto più tempo di quanto crediate. Una volta compreso il tipo di strategia al quale il titolo vuole spingervi, ovvero al management delle risorse al limite e alla massimizzazione delle chance di vittoria, è difficile staccarsi, complice anche un’accessibilità più che buona rispetto a un titolo pronto a mandarvi nel menù principale a ogni turno.

Dai, provo solo un’ultima timeline prima di staccare…

Perché sì:
Perché no:
  • Tanti, tantissimi contenuti
  • Varietà di nemici e situazioni
  • Gratificante come pochi altri titoli

 

  • Ripetitivo più del dovuto
  • A tratti frustrante

Robottoni e mazzate

Mondi alternativi

Strelok - Biografia

Francesco D'Emilio
Nato nello sprawl pescarese sotto un cielo dal colore televisione de-sintonizzata, compie il suo primo esercizio di game design con un gioco da tavolo spacciato nelle ricreazioni delle medie. Da lì in poi è una quotidiana procrastinazione di qualsivoglia impegno causata dalle sue passioni, tra cui i videogiochi e gli arrosticini.