Bloodstained: Curse of the Moon

Igarashi ritorna, guardando al passato

Pubblicato il 20/06/18 da Aymeric
recensione
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Bloodstained: Curse of the Moon

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La vicenda di Bloodstained, il gioco diretto da Koji Igarashi, quel simpatico giapponese che si presenta alle kermesse videoludiche indossando un cappello da cowboy e schioccando una frusta, quel giapponese che, principalmente, ha donato al panorama dei giochini elettronici una delle saghe più amate degli ultimi trent’anni, ovvero Castlevania, la conosciamo un po’ tutti.

Partito come progetto in cerca di fondi su Kickstarter l’11 maggio del 2015, nonostante il trailer principale mostrasse solo Iga dentro un castello che illustrava il progetto (accompagnato da effetti speciali di dubbia fattura) e qualche concept art, con una rapidità inaspettata non solo raggiunse l’obiettivo, fissato a 500.000 $, ma ne decuplicò la quantità, superando addirittura i 5 milioni di dollari.

Ben presto però i dubbi dei finanziatori si fecero sentire, tra commenti sulla realizzazione tecnica non proprio al livello delle aspettative e l’evidente superamento delle deadline; basti pensare che il gioco, stando alla campagna iniziale, doveva essere finito entro marzo 2017 e che tra gli stretch goal erano presenti porting per Wii U e PS Vita, due console le quali, al momento, non se la stanno passando benissimo, per usare un eufemismo.

Miriam si appresta ad affrontare mostri e piattaforme.

A supportare il gioco, in tempi recenti, è subentrata 505 Games nel ruolo di publisher e, a giudicare dai frequenti update della campagna Kickstarter, tutto procede secondo i piani. Quindi, visto che lo stretch goal dedicato era stato raggiunto da tempo, parte del team si è unita a Inti Creates per sviluppare il promesso prequel 8-bit .

Bloodstained: Curse of the Moon, a differenza del gioco principale, è più simile ai cari vecchi Castlevania per NES che a un metroidvania. Devo ammettere che la sensazione che ho provato durante le fasi di gioco è proprio quella di stare giocando a un vecchio gioco Konami degli anni ’80.

I legami con la serie che ha donato fama a Igarashi sono evidenti, soprattutto se confrontiamo il gioco con Castlevania 3: in entrambi possiamo usare quattro personaggi diversi (anche se in Bloodstained, almeno durante il primo playthrough, non saremo limitati solo a due personaggi), ognuno con armi, abilità e statistiche differenti.

Non mancano i muri da spaccare per scovare stanze segrete.

Il protagonista, Zangetsu, è uno spadaccino, quindi il raggio dei suoi attacchi è modesto, ma può sopperire a questa mancanza con le sue armi secondarie (e con abilità aggiuntive ottenibili ogni volta che un compagno muore) e, nonostante tutto, rimane il personaggio più equilibrato, sfoggiando soprattutto un ottimo numero di HP.

Miriam è la classica utilizzatrice di frusta, tipica dei giochi di Igarashi, quindi ha il range di attacco maggiore tra tutti i personaggi. Oltre a questo è dotata di estrema mobilità, potendo saltare più in alto dei suoi compagni e avendo accesso alla scivolata. Questa mobilità però ha un costo, in quanto molti dei salti delle fasi più concitate dovranno essere precisi, e quelli di Miriam non lo sono per niente.

Alfred, l’alchimista, è invece il personaggio di supporto. Con la sua magia, molto costosa per quanto riguarda i weapon points, può facilmente adattarsi a varie situazioni e, in alcuni casi, infliggere ingenti danni ai nemici. Però si tratta del membro meno performante a corto raggio: il suo attacco base necessita di un’estrema prossimità ai nemici e, considerando il basso quantitativo di punti vita dell’anziano studioso, non sempre si tratta della scelta migliore.

Gebel infine è l’Alucard del gioco, letteralmente, sia per aspetto che per le abilità: è in grado di trasformarsi in pipistrello per evitare nemici e baratri, oltre a poter lanciare tre pipistrelli in diagonale come attacco base.

Alfred colma tutte le sue lacune con incantesimi molto efficaci.

Aggiungiamo a questo sistema multipersonaggio il classico gameplay da Castlevania classico, ovvero l’esplorazione di livelli chiusi, generalmente con bivi raggiungibili sfruttando le abilità dei personaggi e con una boss fight abbastanza impegnativa sul finale, e il piatto è servito.

Se questo “profumo” di anni ’80 che Curse of the Moon emana mi è sì piaciuto, non posso esimermi dal dire che il gioco sia molto derivativo. Con l’eccezione delle boss fight, tutte difficili al punto giusto (ovvero quel punto che risveglia il Mosconi che è in noi) e qualche fase particolarmente ispirata, il level design e le sfide proposte sono del tutto identiche al primo o al terzo Castlevania su NES.

Da Igarashi mi sarei sì aspettato un’operazione nostalgica, per quanto riguarda magari l’art style e l’atmosfera generale, però supportata da un comparto gameplay più incline al metroidvania piuttosto che a un platform old school, soprattutto se consideriamo che il primo lavoro di Iga nella serie Akumajou Dracula fu proprio quel Symphony of the Night che diede una spinta in più alla serie.

L’esagerazione è di casa, nelle stanze dei boss, fasi in cui il gioco dà il suo meglio.

Sul lato artistico abbiamo un gioco 8-bit, molto ben curato e con una palette perfettamente calzante con l’atmosfera. Vi basterà vedere con che cura sono state fatte le vetrate da cattedrale negli ultimi livelli per meravigliarvi di cosa sia possibile fare con qualche pixel e una selezione abbastanza ristretta di colori. Musicalmente, anche se la colonna sonora è quasi completamente godibile, siamo ancora abbastanza lontani dalle onde quadre del NES. Certo, si è cercato di replicare, ma Bloody Tears e Vampire Killer stanno ancora ad anni luce.

Detto questo però, considerando sia il costo del gioco (appena 9.99 €), sia la difficoltà non artificiosa dello stesso, Bloodstained: Curse of the Moon rimane un buon esponente del genere, appunto lontano dall’essere perfetto e forse un po’ troppo derivativo, ma è comunque un prodotto che si lascia giocare, sempre che decidiate di affrontarlo in modalità Veteran.

Perché sì:
Perché no:
  • Un ottimo tuffo nel passato
  • Boss fight a prova di riflessi
  • Personaggi vari e ben equilibrati.

 

  • Molto cattivo, può scoraggiare i novizi
  • La morte di un personaggio porta giovamento solo a Zangetsu
  • Tanto, forse troppo, derivativo

Starnuti mortali

Boss fight

Nostalgia canaglia

Aymeric - Biografia

Michael Maneia
Nato tra le risaie, cresciuto a console e jrpg, per poi convertirsi al PC. I videogiochi han avuto un tale peso sulla sua vita che li ha fatti diventare il suo lavoro.