Astro Bot Rescue Mission

Mario, Sonic, fate largo, è arrivato Astro Bot!

Pubblicato il 19/10/18 da Riccardo Trillocco
recensione
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Astro Bot Rescue Mission

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Astro Bot Rescue Mission nasce sulla scia del successo riscosso da The Playroom e The Playroom VR, due raccolte di minigiochi gratuite commissionate da Sony Interactive Entertainment a uno dei suoi team interni più talentuosi, SIE Japan Studio, che in passato ha saputo sviluppare perle quali Ape Escape, LocoRoco, Patapon, Echochrome, Puppeteer e molti altri. The Playroom venne lanciato insieme a PS4, nel novembre 2013, con la funzione di mettere in mostra le caratteristiche della nuova console e di due accessori in particolare, la rinnovata PlayStation Camera e il DualShock 4.
Operazione senz’altro riuscita: i minigiochi a realtà aumentata riscossero un discreto successo, sia presso gli addetti ai lavori che tra il grande pubblico. Uno in particolare attirò l’attenzione dei media (Robottini!), il quale comportava l’interazione con dei simpatici, minuscoli robot, insediatisi abusivamente all’interno del controller.
Con una pressione del touchpad era possibile farli uscire, per poi interagirci accudendoli o persino prendendoli a calci, grazie alla realtà aumentata. Un innocuo passatempo, che fece presa in particolare sul pubblico mainstream, tanto che l’applicazione venne mostrata anche durante un popolare talk show, Late Night with Jimmy Fallon.

La storia si è ripetuta al lancio di PlayStation VR nell’ottobre 2016, con Sony che ha affidato ancora a Japan Studio il compito di illustrare in maniera semplice e divertente le possibilità ludiche offerte dal proprio visore. Questa volta i robot sono protagonisti di tutti i minigiochi contenuti in The Playroom VR, i quali spaziano da un endless runner, Fuga dal mostro, a un elementare sparatutto, Guerra di giocattoli.
Tra i sette minigiochi presenti però è soprattutto uno a far breccia tra i possessori di PlayStation VRAlla ricerca dei robot, che vede ASOBI, il robot protagonista, alla ricerca dei suoi compagni scomparsi, in quello che è un vero e proprio platform 3D. Il risultato finale è così ben realizzato che in ogni forum dedicato alla realtà virtuale gli appassionati ne tessono le lodi, invocando a gran voce un seguito. Desiderio che diventerà realtà esattamente due anni dopo: SIE Japan Studio e la sua divisione interna, denominata ASOBI! Team, danno alle stampe Astro Bot Rescue Mission, un’intera avventura, composta da ventisei livelli e altrettante sfide a tempo, dedicata agli amati robottini. Il risultato finale avrà mantenuto fede alle aspettative? Andiamo a scoprirlo!

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Vi presento Astro, l’adorabile robottino protagonista.

Le vicende hanno inizio nello spazio: i simpatici robottini stanno viaggiando a bordo della loro navicella, munita di molti optional, tra i quali un fiammante PS VR, quando un alieno, evidentemente voglioso anche lui di provare questa fantomatica realtà virtuale, strappa il visore con la forza, causando la distruzione dell’astronave e la dispersione dell’equipaggio. Toccherà ad Astro, il protagonista della vicenda, ritrovare i compagni dispersi e rimettere insieme i pezzi della nave spaziale.
Per portare a termine la sua impresa il minuscolo robot dovrà attraversare cinque mondi, ognuno composto da quattro livelli più un boss, e affrontare finalmente il malvagio extraterrestre scippatore di visori. Ad aiutarlo saremo noi giocatori, visualizzati in-game come un buffo, lento, robot gigante, lo stesso che veniva controllato da un secondo giocatore nel minigioco che ha dato origine a tutto.

In ogni livello Astro dovrà recuperare otto membri dell’equipaggio, alcuni di essi risulteranno quasi impossibili da mancare, mentre altri saranno così ben nascosti che suderete sette camicie anche solo per riuscire a vederli. Inoltre in ogni livello è mimetizzato un buffo camaleonte che, una volta scoperto, fornirà l’accesso a una sfida a tempo in linea con il gameplay di quel determinato stage.
Gameplay che a una prima occhiata potrebbe essere tacciato di eccessiva semplicità: Astro può saltare, planare, sferrare un cazzotto o caricare un attacco, il tutto utilizzando solo due tasti, uno per il salto/planata, l’altro per i pugni. Ma è qui che Asobi! Team ha sferrato la zampata decisiva: incastonando il DualShock 4, visualizzato costantemente a schermo, in alcune scatole disseminate lungo i livelli sarà possibile trasformarlo all’occorrenza in un idrante, un rampino, un lancia shuriken e molto altro, donando un’ulteriore profondità sia alla ricerca dei piccoli robot nascosti che al semplice incedere di Astro; non solo, anche le succitate sfide e gli scontri con i boss fanno ampio uso di questa caratteristica.

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Il malvagio alieno, antagonista principale del gioco, un attimo prima che compia il fattaccio.

I cinque mondi di gioco non sono divisi per aree tematiche, non troverete come di consueto il mondo di ghiaccio, quello di lava, etc, bensì i livelli si susseguono senza soluzione di continuità. Questa scelta si è rivelata vincente perché fonte di continue sorprese: capiterà di passare da un livello urbano a uno sottomarino, dal camminare in equilibrio su una fune sospesa in cima a un canyon allo scalare un albero gigante aiutati da un robottone triste e gentile, dal giocare a calcio sulla spiaggia al lanciare shuriken in una pagoda giapponese.
Come avrete capito è impossibile annoiarsi, i tocchi di classe sono molteplici e per elencarli tutti non sarebbe sufficiente l’intera recensione, mi limiterò a degli esempi: mentre siamo impegnati a saltare con Astro di piattaforma in piattaforma alcuni nemici ci prenderanno letteralmente a pallonate e starà a noi, con un preciso colpo di testa, ricambiarli con la stessa moneta.
Oppure, nei livelli ambientati nelle caverne, dei ragni giganti rapiranno il piccolo robottino e, prima che possano cibarsene, dovremo tagliare la loro ragnatela con un preciso colpo di shuriken. Ancora, quando distruggiamo un nemico le particelle in cui si scompone sono formate dai quattro simboli PlayStation, altro elemento distintivo.

Gli scontri con i boss meritano un capitolo a parte: ce ne sono sei, uno più bello dell’altro, con i cattivi che hanno dimensioni impressionanti e sono caratterizzati così bene che ognuno di loro meriterebbe uno spin-off dedicato. I loro pattern d’attacco sono ben differenziati e facili da memorizzare e riaffrontarli nelle sfide, cercando di non venire mai colpiti, è stato piacevole e mai frustrante.
La varietà non è sufficiente a far sì che un platform possa definirsi riuscito, quando questo non è sorretto da controlli impeccabili e da un buon design dei livelli. Per fortuna in Asobi! sembrano saperlo bene, perché saltellare con Astro si è rivelato un autentico piacere e il design dei livelli è a dir poco sopraffino. La realtà virtuale è stata sfruttata in modo rivoluzionario, con aree che si sviluppano a 360 gradi, portando a giochi di prospettiva così arditi da non essersi mai visti prima in un videogioco.

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Stupido, sexy ragno gigante. Citazione dei Simpson a parte, è un altro degli spettacolari boss del titolo.

Rimanendo nell’ambito di PS VR, un gioco passato piuttosto in sordina, Tiny Trax, sviluppato dai talentuosi Futurlab, noti ai più per la serie Velocity, aveva già attuato un’operazione simile nell’ambito dei racing game. Astro Bot Rescue Mission prende quell’idea, livelli che avviluppano letteralmente il giocatore, e la declina meravigliosamente nell’ambito dei platform, toccando vette qualitative che finora, nel genere, sembravano raggiungibili solo da Nintendo.
Ed è proprio alla grande N che viene spontaneo pensare analizzando l’estetica del titolo Japan Studio: colori accesissimi, un tono perennemente scanzonato, personaggi adorabili, sia tra le fila dei buoni che dei cattivi, che in base all’ambientazione cambiano persino vestiario, esattamente come avviene nella saga dell’idraulico italiano.
Indubbiamente l’immaginario è stato pesantemente influenzato dagli artisti della casa di Kyoto, persino le monete ricordano quelle dei Mario tridimensionali.

Anche in questo ambito però gli sviluppatori in forza ad Asobi! hanno saputo dire la loro, grazie a un’idea semplice ma vincente, reimmaginare ogni elemento di gioco in salsa robotica. Dalle foglie degli alberi ai delfini che solcano il mare, dalle tombe e gli scheletri del livello horror a dei semplici girasoli, tutto e ribadisco TUTTO è composto da chip e circuiti. Persino i polipi, tanto cari a noi di Pixel Flood, hanno il silicio bene in vista.
Quest’invenzione sopperisce all’unica, piccola mancanza del titolo, ovvero un immaginario leggermente derivativo, trasformandola in un ulteriore punto di forza: mi sono divertito tantissimo cercando di individuare gli elementi robotici all’interno dei vari livelli, cosa che mi ha fatto apprezzare ancora di più l’incredibile lavoro artistico di Sebastian Brueckner, art director del gioco.

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Non guardarmi così, ci rivedremo amico. Ci rivedremo…

Comparto artistico graziato inoltre da una colonna sonora assolutamente memorabile, composta da Kenneth Young, che già ci aveva deliziato con le sue melodie in Tethered, riuscito god simulator sviluppato da Secret Sorcery, e in Tearaway Unfolded, in collaborazione con quel Bryan D’Oliveira che tanto avevo apprezzato in Shadow of the Tomb Raider.
Nei videogiochi, a parte rare eccezioni, non c’è comparto artistico che tenga se non è sorretto da un lavoro tecnico altrettanto valido. Per fortuna, anche da questo punto di vista, ci sono solo buone notizie, Asobi! Team sembra aver fatto un vero e proprio miracolo. Tra demo e giochi completi credo di aver provato buona parte della softeca PS VR e nessun gioco prima d’ora mi aveva impressionato così tanto.

Gli sviluppatori, attraverso non so quale sortilegio tecnico, sembrano aver aggirato i limiti di risoluzione insiti nel visore Sony, restituendo colori brillanti e texture mai così definite. Ho passato interi minuti a osservare da vicino alcune superfici, non riuscivo a capacitarmi di una realizzazione di tale livello, tanto che fatico ancora a crederci.
Vi basti sapere che in genere gli screenshot catturati con il tasto share giocando in realtà virtuale sono così indefiniti da risultare pressoché inutilizzabili; beh, per la prima volta con Astro Bot Rescue Mission ho potuto inserirli in una recensione, senza che sfigurassero. Ovviamente l’impatto, una volta indossato il visore, è tutt’altro, ma nel frattempo potete farvene un’idea.

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I livelli acquatici sono tra i più riusciti dell’intero pacchetto.

Un discorso a parte lo merita il capitolo longevità: se oggettivamente ventisei livelli in un platform possono sembrare pochi (Super Mario World nel 1990 ne aveva novantasei), il fattore rigiocabilità è elevatissimo, non vorrete mica lasciare quei teneri robottini alla mercé di quell’alieno malvagio. Inoltre ci sono le sfide, sempre ventisei, con tanto di medaglie d’argento e d’oro. Ma non è finita qua: spendendo le monete accumulate in-game in una tipica macchina da luna park, quella sorta di truffa legalizzata comunemente chiamata “gru”, è possibile sbloccare collezionabili che si rifanno ai personaggi e alle ambientazioni del gioco che, una volta completate, saranno navigabili a piacimento, per un po’ di sano spasso in realtà virtuale.
Completare al 100% Astro Bot Rescue Mission non sarà pertanto un’impresa facile, anche perché i livelli finali sono piuttosto difficili anche solo da completare, figuratevi recuperare tutti i robot quanto possa essere arduo.
Per fortuna un’accurata disposizione dei checkpoint, dei controlli precisi al millimetro e un respawn immediato tengono lontana la frustrazione, innescando anzi quella malsana sindrome che tante ore di sonno è costata a noi videogiocatori, comunemente nota come “un’altra partita e poi smetto”.

Come avrete capito Astro Bot Rescue Mission è un must buy per tutti i possessori di PS VR, non solo, credo che sia la killer application che più di ogni altra, se provata in qualche postazione messa a disposizione da Sony, possa convincere gli scettici sulle meraviglie che la realtà virtuale è in grado di regalare.
Non vorrei spararla troppo grossa ma, personalmente, colloco Astro tra i protagonisti dei migliori platform di tutti i tempi, lassù, su quel podio già occupato da un idraulico dal buffo accento e da un porcospino strafottente con le scarpe da tennis.
Quale dei tre gradini andrà a occupare il simpatico robottino credo che solo il tempo potrà dirlo, ma già il fatto che sia riuscito ad avvicinare due mostri sacri di tale levatura dà l’idea di quale miracolo Asobi! Team sia riuscita a compiere.

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Questa sequenza è esaltante da giocare, grazie alla profondità e al senso d’immersione che solo la realtà virtuale è in grado di regalare.

Il modo migliore per pubblicizzare Astro Bot Rescue Mission sarebbe quello di fare un primo piano strettissimo sulla bocca di chi lo sta giocando, che inevitabilmente si trasfigura in un sorriso, sempre più largo man mano che i livelli sapientemente costruiti da Asobi! Team e SIE Japan Studio si susseguono, per poi allontanare l’inquadratura fino a includere il giocatore, munito di PS VR e DualShock 4, e lo schermo nel quale l’azione si sta svolgendo.
Purtroppo non faccio il direttore creativo in un’agenzia pubblicitaria, sono solo un umile recensore, ma su una cosa sarei pronto a scommettere: non servirebbe nessun copione, poiché è impossibile rimanere indifferenti di fronte a questo meraviglioso platform, e un sorriso gigante si stamperà sicuramente anche sulle vostre bocche, qualora decideste di dargli una chance.

Perché sì:
Perché no:
  • Controlli precisi e reattivi
  • Colonna sonora entusiasmante
  • Sfide varie e impegnative
  • Level design che farà scuola
  • Rigiocabilità elevata
  • Sprizza tenerezza da ogni poligono
  • Zero motion sickness
  • Può indurre dipendenza

 

  • Quando esce il seguito?

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trillo81 - Biografia

È passato da Basketball per Atari 2600 al 4k HDR in soli 36 anni. Crede che il gioco più bello sia sempre quello che deve ancora iniziare, ed è fermamente convinto che, come tutte le tendenze transitorie del web, le biografie in terza persona siano destinate a sparire. Aiutatelo ad azzeccare questa profezia iniziando col non leggere la sua.